Caino e Abele, fratelli-coltelli

Era felice Eva quando aveva dato alla luce il suo primogenito: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore!». E il nome dato al bambino, Qajin-Caino, voleva liberamente ricalcare proprio il verbo “acquistare”, in ebraico qanah, secondo una locuzione in uso anche in alcune forme dialettali contemporanee che parlano di “comperare un figlio” non in senso mercantile ma generativo. Poco dopo Eva partoriva un secondo figlio, il cui nome Abele avrebbe riassunto in ebraico la sua tragica storia: habel/hebel, vocabolo caro al sapiente biblico Qohelet, allude al soffio, al fumo che evapora e svanisce.

Nella nostra ideale galleria di figure bibliche giovanili non poteva mancare questa coppia di fratelli, la cui vicenda purtroppo spesso si ripete nelle infinite violenze nascoste all’interno delle pareti domestiche. In realtà in questi due personaggi non si annida solo il contrasto familiare, quello che per assonanza è proverbialmente detto lo scontro tra fratelli-coltelli. I due, infatti, incarnano anche professioni e stati di vita diversi e non di rado ostili anche oggi.

Caino (il cui nome in verità può significare “lavorare il metallo”) è un sedentario, un agricoltore, anzi, sarà il primo costruttore di città. Abele, invece, è un nomade, un pastore errante negli spazi liberi. Tra queste due visioni di vita scatta uno “scontro di civiltà”, ma alla radice c’è proprio la violenza giovanile e familiare che sfocia in un fratricidio. Il tutto è narrato in una pagina, il capitolo 4 della Genesi, considerata un archetipo emblematico di tante storie che hanno striato di sangue l’umanità.

Noi ora ci soffermiamo solo su due componenti. La prima riguarda la causa di questa tensione che l’autore sacro esprime con la frase: «Dio gradiva Abele e la sua offerta» (4,4). La locuzione non deve far pensare a una parzialità divina, ma al fatto che con essa si definisce la prosperità, la serenità e la pace di una persona. Caino reagisce con gelosia al successo del fratello, nonostante il suo stato di vita così libero e ai suoi occhi disordinato: «Ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto» (4,5). Ancora una volta è l’invidia per i beni e la felicità dell’altro a rodere il cuore e a far covare un fuoco che poi esplode nell’atto inconsulto dell’assassinio.

Infatti, il demone dell’odio prevale e sul terreno rimane un cadavere il cui sangue cola e sollecita l’intervento del testimone invisibile di quel delitto, cioè Dio che fa risuonare il suo rimprovero nella coscienza di Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?... La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (4,9-10). Subentra, allora, la pena del contrappasso: Caino che detestava lo stile di vita nomade del fratello, è costretto ad abbandonare la sua terra e la sua casa divenendo «ramingo e fuggiasco» (4,12).

È qui che si introduce un secondo elemento. Il Signore assume sotto la sua personale giurisdizione il peccatore: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! Il Signore impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato» (4,15). Forse in questo “segno” ci si riferisce a un tatuaggio o alle acconciature dei capelli o alle insegne che nell’antico Vicino Oriente contraddistinguevano le tribù e i clan. Qui si alluderebbe all’emblema che contrassegnava i Qeniti, una tribù considerata discendente da Caino.

Tuttavia la lezione finale è chiara: la giustizia divina deve fare il suo corso, ma l’ultimo atto non è nella condanna a morte, bensì nell’attesa di una conversione. Dio che è l’arbitro della vita e della morte, anche di fronte a crimini efferati come quello perpetrato da questo giovane, ripete: «Io non godo della morte di chi muore... ma piuttosto che il malvagio desista dalla sua condotta e viva» (Ezechiele 18,23.32).


16.02.2017



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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