Commozione davanti a una madre disperata
Ancor oggi una strada secondaria conduce al villaggio di Nain, abitato in prevalenza da arabi cristiani. Là una cappella francescana ricorda che un giorno Gesù vi si era recato con i suoi discepoli. La via principale era intasata da una folla che strepitava e subito egli aveva capito che si trattava dei lamenti rituali di un funerale. Si era fatto largo e aveva sollevato quel lenzuolo funerario e aveva visto il corpo di un ragazzo. Accanto, la madre, una povera vedova, urlava la sua disperazione.
È solo Luca a narrarci questo episodio (7,11-17), per molti versi sconvolgente, che vede come protagonista ancora una volta – come accade spesso nel terzo Vangelo e come stiamo dimostrando da tempo nella nostra rubrica – una donna, la cui desolazione è condivisa da Cristo. Infatti l’evangelista usa, per esprimere l’emozione di Gesù, un verbo greco significativo, splanchnízomai: esso, infatti, è basato sul termine splánchna che designa le viscere materne, il grembo che genera. È, quindi, un vocabolo che ben s’adatta alla femminilità di quella donna, colpita nella sua maternità.
La traduzione solita – «fu preso da grande compassione» – è, perciò, piuttosto generica e non riesce a descrivere la commozione intima di Gesù che condivide in pieno, facendola propria, la sofferenza di quella madre. Un dolore lacerante perché la morte di un figlio è sempre, in un certo senso, contro natura: infatti, nell’evoluzione normale delle cose, è il genitore che precede nella fine la sua creatura. Ma seguiamo gli eventi così come ce li narra Luca.
30.05.2019
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana