ELPÍS: speranza

«Queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità»: la dichiarazione di san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (13,13) ha offerto lo spunto alla tradizione cristiana per la classificazione delle tre «virtù teologali», quelle cioè che hanno alla loro radice la grazia divina, infusa nel cuore dei credenti. Nel nostro ormai lungo viaggio nelle parole fondamentali del Nuovo Testamento abbiamo già illustrato i termini pístis, «fede» e agápe, «carità». Ora completiamo la triade con la speranza. Essa è la seconda di queste virtù, «la sorella più piccola» che però con la sua tensione verso il futuro spinge in avanti le altre due sorelle «maggiori», per usare l’immagine del poeta francese Charles Péguy che ha dedicato un poema alla speranza, Il portico del mistero della seconda virtù (1911).

Essa è protesa in tutta la Bibbia verso il futuro messianico e verso la pienezza finale, tant’è vero che le ultime righe del Nuovo Testamento suonano così: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!... Colui che attesta queste cose afferma: Sì, verrò presto! Vieni, Signore Gesù» (Apocalisse 22,17.20). Sono invocazioni di speranza fiduciosa che si protendono verso l’incontro e l’abbraccio definitivo col Cristo. Certo, il cammino all’interno della storia spinge spesso alla disperazione, come confessa Giobbe: «I miei giorni scorrono veloci come una spola, svaniscono senza un filo di speranza… La mia speranza dov’è nascosta? Qualcuno ha intravisto la mia felicità?» (7,6; 17,15). Ma il fedele deve con coraggio avanzare tenendo alto lo sguardo verso la meta della redenzione piena, pronto come suggerisce san Pietro nella sua Prima Lettera, «a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in lui» (3,15).

Non per nulla Paolo usa due diversi vocaboli greci per descrivere questa virtù che ha nel suo cuore la fiducia. C’è innanzitutto quello tipico, elpís, presente 53 volte a cui si associa per 31 volte nel Nuovo Testamento il verbo relativo elpízô, «sperare». C’è, poi, per 32 volte il termine hypomoné che evoca l’idea di un «rimanere sotto» un peso da reggere, un restare sotto un cielo oscuro con la certezza che giungerà la sosta per sgravarsi e il firmamento si squarcerà irradiando luce. È, quindi, l’altro volto della speranza quando avanza con perseveranza e pazienza nella nostra storia spesso tenebrosa e accidentata. La speranza, allora, non è illusorietà ma costanza e san Paolo la intreccia con le altre virtù, ossia «l’impegno nella fede, l’operosità nella carità e la costanza nella speranza» (1Tessalonicesi 1,3). 

Alla base c’è, dunque, la grazia divina che ci sostiene e ci fa combattere contro le strutture inique del mondo. La speranza, che è virtù giovane e fremente, si coniuga però con l’attesa e la pazienza. Significativa è, al riguardo, la lezione della parabola del grano e della zizzania (Matteo 13,24-30). La storia umana è simile a un campo ove il grano e le erbacce, ossia bene e male, crescono insieme. Forte è la tentazione di reagire con rabbia, irrompendo, e così devastando con la zizzania anche il grano. La speranza è, invece, fermezza pacata e misurata che sa attendere il tempo in cui Dio stesso interverrà col suo giusto giudizio.

Il fedele non resta inerte, certo, non si scoraggia, ma neppure reagisce ciecamente: «Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie… Io spero nella tua parola» (Salmi 37,7; 119,81). Alla fine sorgerà il grande giorno della speranza, la Pasqua di Cristo e la nostra, quella salvezza piena cantata nella finale del libro per eccellenza della speranza, l’Apocalisse. E, allora, «il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per virtù dello Spirito Santo» (Romani 15,13). Ed è per questo che noi cristiani «ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude» (5,2-5).

 

 


10.11.2022



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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