Il giardino del paradiso nella visione cristiana

Il termine specifico appare soltanto tre volte anche nel Nuovo Testamento, assumendo sempre un valore spirituale: il destino di incontro scon Dio che attende i giusti.

Spesso negli affreschi delle catacombe romane il paradiso a cui approda l’anima del defunto è raffigurato come un giardino fiorito e popolato di alberi. È quel «paradiso terrestre» che era agli inizi della creazione come simbolo di un Creato pensato da Dio come luogo di armonia e di bellezza. Abbiamo già visitato nelle varie tappe del nostro viaggio “ecologico” biblico quel giardino di Eden e abbiamo ricordato che nella Genesi non è mai chiamato «paradiso» – vocabolo di matrice persiana usato solo tre volte nell’Antico Testamento nel significato originario di parco reale protetto –, ma semplicemente «giardino».

Anche nel Nuovo Testamento quel termine risuona solo tre volte: ormai, però, ha un valore spirituale, è il nostro «paradiso» che attende i giusti per l’incontro con Dio. Il primo passo è dell’apostolo Paolo che in modo autobiografico rievoca una sua esperienza di rapimento mistico, sia pure usando la terza persona: «So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so,lo sa Dio– fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non  è lecito ad alcuno pronunciare» (2Corinzi 12,2-4). Il “terzo” è uno dei cieli (fino a sette o dieci secondo le diverse tradizioni giudaiche) che costituiscono i piani del palazzo simbolico ove Dio dimora. L’esperienza vissuta da Paolo è, quindi, una sorta di anticipazione dell’immortalità beata, concessa al giusto per grazia dopo la sua esistenza terrena. In questa luce si colloca, in modo esplicito, il secondo passo. È l’evangelista Luca, nella celebre scena dei due malfattori (probabilmente rivoluzionari antiromani) crocifissi con Gesù, a mettere in bocca a Cristo questa frase nei confronti del malfattore pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso» (23,43). Significativo è il parallelo con l’implorazione dell’uomo che invoca: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» (23,42). Il «paradiso» è dunque il regno di Dio, piantato già nella storia umana, ma destinato a fiorire in pienezza nell’oltrevita. L’«oggi» di Luca incrocia in sé la dimensione storica del presente della salvezza con l’eternità a cui questo convertito giunge in compagnia di Cristo.

Infine, e sempre secondo questa traiettoria, si muove anche il terzo passo “paradisiaco” neotestamentario. Esso suggella la prima delle lettere indirizzate alle sette Chiese dell’Asia Minore e poste in apertura al libro dell’Apocalisse. È la Chiesa di Efeso a ricevere questa promessa da parte del Cristo glorioso: «Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» (2,7). È evidente il rimando al giardino della Genesi, riletto ormai come un «paradiso», così come altrove lo stesso Giovanni di Patmos nella sua opera evocherà i cieli ove i giusti celebrano la liturgia dell’Agnello e attendono la resurrezione finale  (vedi Apocalisse 6,9-11; 7,9-17).

La promessa dell’Apocalisse è comunque chiara: alla fine dei tempi ritornerà lo splendore del paradiso perduto, nuovamente aperto all’uomo che agli inizi ne era stato scacciato. Costui vi entrerà e scoprirà che l’«albero della vita», che a suo tempo abbiamo illustrato nel suo valore simbolico, non è più proibito (Genesi 3,22-24), ma è Dio stesso a offrirne il frutto, donando così alla creatura umana la partecipazione alla vita divina, la comunione con l’eternità beata. Ecco le parole dell’Apocalisse: «In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte l’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (22,2). La tradizione artistica cristiana ha scelto spesso di raffigurare l’albero della vita come se fosse la croce di Cristo, sorgente di salvezza e di vita.  


19.03.2020



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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