Il precursore, «amico dello sposo»

«E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade...» (Luca 1,76). Così il sacerdote Zaccaria, nel Benedictus, l’inno di ringraziamento a Dio per essere divenuto padre con sua moglie Elisabetta sterile e vecchia, annuncia la vocazione di suo figlio, Giovanni Battista. È di quest’ultimo che parleremo ora, riprendendo anche la prossima settimana – nell’ultima tappa del nostro viaggio biblico nell’orizzonte della vocazione divina – il suo legame con il Cristo di cui sarà il Precursore.

Infatti, una volta divenuto adulto, «nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare», forse nel periodo che intercorre tra il 27 e il 29 d.C. (a causa del diverso computo ipotizzato dagli storici), «la parola di Dio venne su Giovanni» (Luca 3,2). La sua, come sappiamo, sarà una voce destinata a scuotere i cuori del suo uditorio, che da tempo non sentiva più il rombo possente degli oracoli divini profetici. La conversione e il battesimo di penitenza sono il contenuto primario della sua predicazione. Ma lo scopo fondamentale della sua missione è l’annuncio del Messia, Gesù di Nazaret. Nel Vangelo di Giovanni è lui stesso che definisce attraverso un’immagine la sua vocazione: «Lo sposo è colui a cui appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo» (3,29). Il simbolo è desunto dall’antica società giudaica. Nella prassi matrimoniale c’era una figura giuridica detta shoshben: era un amico di fiducia dello sposo che conduceva tutte le trattative fra i due clan familiari coinvolti nelle future nozze, definendone sia la celebrazione, sia la dote (il mohar) che la sposa doveva portare, così da condurre a compimento e rendere valido l’atto finale.

Si trattava, quindi, di una funzione delicata che esigeva fiducia assoluta e amicizia intima. È curioso notare che anche san Paolo definisce proprio come il Battista la sua missione, quando ai Corinzi dichiara: «Io vi ho promessi a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta » (2Corinzi 11,2). È noto, inoltre, che il simbolismo nuziale fu applicato dai profeti all’alleanza tra il Signore e Israele: un esempio per tutti è la vicenda matrimoniale tormentata ma anche intensa che è alla base della vocazione di Osea, una storia che abbiamo già descritto in passato.

Gesù stesso aveva assunto questa immagine per definire indirettamente la sua figura nelle parabole nuziali di Matteo 22,1-14 e 25,1-13. In questa prospettiva, che vede Cristo come lo sposo della Chiesa, si inserisce la vocazione del Precursore. Egli è stato il tramite perché la comunità dei futuri seguaci di Cristo si unisse spiritualmente al suo Signore.

Egli è stato appunto «l’amico dello sposo» ed è, perciò, felice per l’abbraccio che ora si compie tra Cristo e la Chiesa. Non conosce l’invidia per questo esito, come invece rivelano di provare certi suoi discepoli che reagiscono al successo di Gesù («Colui che era con te [Gesù]..., al quale hai dato testimonianza, sta battezzando e tutti accorrono a lui», Giovanni 3,26). Anzi, il Battista pronuncia una fase finale lapidaria e luminosa, motto ideale di ogni vocazione cristiana: «Lui [Cristo] deve crescere, io invece diminuire» (3,30).


15.11.2018



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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