L’angoscia di Maria e Giuseppe per il figlio

Qualcuno potrebbe pensare a un accostamento irriverente: non pochi sono i genitori che vedono un figlio uscire di casa e scomparire, forse anche per lunghi periodi. D’altronde, chi non ricorda la parabola del figlio minore fuggito di casa, narrata dal Vangelo di Luca (15,11-32)? È lo stesso evangelista – che stiamo seguendo alla ricerca di tutte le presenze femminili che occhieggiano nelle sue pagine – a descrivere un’esperienza analoga vissuta da una madre unica nel suo genere, Maria. Stiamo riferendoci all’episodio di Gesù dodicenne che, giunto in pellegrinaggio a Gerusalemme con i suoi genitori, scompare senza che essi se ne accorgano (2,41-50).

E quando scoprono, durante il ritorno a Nazaret, la sua assenza e si precipitano nel tempio ritrovandolo in disputa con i maestri della Legge, Maria prende in mano la situazione e lo interpella con severità: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (2,48). È lei a rimproverare il ragazzo, mentre Giuseppe rimane a lato, evocato dalla sposa ma silenzioso, come sempre in tutti i Vangeli. A questo punto, il figlio raggela i suoi genitori replicando con una frase enigmatica ma netta: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (2,49).

Questa risposta nell’originale greco di Luca è passibile anche di un’altra versione: «Non sapevate che devo stare nella casa del Padre mio?». Sono le prime parole che Gesù pronuncia nel Vangelo e, come è evidente, si ha un rimando al suo vero Padre, Dio. Anche le ultime parole emesse da un Gesù moribondo avranno lo stesso riferimento: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46). Ora, nel racconto della scena che si svolge al tempio di Sion c’è un dato che probabilmente non è solo cronologico. A dodici anni (oggi a tredici) si ha, infatti, nel giudaismo quello che è chiamato il bar-mitzvah, letteralmente “il figlio del precetto”, ossia l’ingresso del ragazzo nella maggiore età religiosa, tant’è vero che può leggere in pubblico in sinagoga un passo della Torah, la Legge biblica.

A Maria, quindi, risponde un Gesù ormai maggiorenne che è consapevole della sua identità profonda e della sua missione. Ed è sorprendente l’annotazione finale dell’evangelista: Maria e Giuseppe «non compresero ciò che aveva detto loro» (2,50). Il verbo greco usato è significativo: syn-íemi letteralmente indica un “unire”, un mettere insieme realtà diverse per “comprenderle”. Sul momento ai genitori di Gesù risulta incomprensibile il suo comportamento. Ma subito dopo si aggiunge un’osservazione: giunti a Nazaret, Maria «sua madre custodiva (letteralmente metteva insieme) tutte queste cose nel suo cuore» (2,51).

Si apriva, così, quel cammino di fede che anche una donna privilegiata come Maria dovrà compiere per “comprendere” in pienezza il mistero nascosto nel suo figlio. Con le dovute distanze, tutti i genitori devono sapere che il figlio da loro generato ha un destino che essi non possono predeterminare. Essi lo devono educare e guidare, ma alla fine devono accoglierlo così come l’ha voluto il Creatore, con i suoi limiti e i suoi doni specifici, con la sua libertà e vocazione. Il figlio non è una proprietà privata di cui disporre, aiutarlo a trovare la sua strada è un dovere, accettare il compito suo proprio nel mondo e nella vita è un atto di amore, come fece appunto Maria con Gesù, standogli vicino ma in disparte sino alla fine.


27.12.2018



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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