LEHEM: pane, cibo

Il termine indica anche il nutrimento in generale ed è usato come simbolo della Parola di Dio. Dalla stessa radice viene “guerra”, perché la lotta per sopravvivere può generare odio e divisione

Mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Matteo 25,26). La solennità del Corpus Domini pone al centro questo segno fondamentale per tutta l’umanità: il pane. Lo scrittore francese Paul Claudel affermava: «Interroga la vecchia terra: ti risponderà sempre col pane e col vino». Ora, il termine ebraico che indica il pane ma anche il cibo in generale, essendone la componente di base, è lehem (l’h è aspirata), e i nostri lettori spontaneamente penseranno a Betlemme, Bet-lehem, «casa del pane».

Sorprendentemente la base di questo vocabolo, che ricorre 300 volte nell’Antico Testamento, è la stessa di un’altra parola terribile, milhamah, «guerra», termine che risuona 319 volte e si accompagna a saba’/saba’ôt, «esercito/i», un’altra parola militare (talora simbolica) scandita 486 volte. È, d’altronde, vero che spesso la lotta per il pane genera odio e divisione. Sta di fatto che il vocabolo che ora consideriamo entra in scena fin dall’avvio della Bibbia, agli esordi dell’umanità: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane (lehem)», ricorda il Creatore all’uomo peccatore (Genesi 3,19).

Sappiamo, però, che nel cammino travagliato del deserto del Sinai, sarà Dio stesso a imbandire una mensa con un pane particolare, la manna, che in realtà è una sorta di resina commestibile, secreta da una tamerice del deserto, detta appunto tamerix mannifera. Mosè la presenterà così agli Israeliti: «È il pane (lehem) che il Signore vi ha dato in cibo» (Esodo 16,15). Suggestiva è comunque l’idea a cui accennavamo: lehem designa in generale ogni tipo di cibo per cui, in pratica, tutto ciò che si mangia è pane.

Per questo, a differenza dello spreco a cui è abituata la società contemporanea, il pane nelle civiltà antiche era quasi oggetto di venerazione, tant’è vero che non lo si dava in cibo agli animali e, a livello popolare, spesso gli arabi non lo tagliano con un coltello perché «il pane non si uccide», quasi fosse una creatura vivente. Ripetutamente nella Bibbia si afferma che è dono divino: «Il Signore dà il pane (lehem) agli affamati..., pane che sostiene il cuore dell’uomo» (Salmi 146,7; 104,15).

Un atto di carità proposto dai profeti è «il dividere il pane (lehem) con l’affamato» (Isaia 58,7), e sappiamo quanto sia significativo questo gesto nel Nuovo Testamento attraverso la moltiplicazione dei pani operata da Gesù. Anzi, la legge biblica imponeva di «amare lo straniero dandogli pane e vestito» (Deuteronomio 10,18). A questo punto dall’elemento materiale del pane d’orzo o di frumento si passa al suo valore simbolico.

È facile rievocare una frase biblica che Gesù stesso citerà nella sua polemica col Tentatore, Satana: «L’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore» (Deuteronomio 8,3; Matteo 4,4). La parola di Dio è il pane che sostiene il fedele, come confessava il profeta Geremia: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità» (15,16). Per questa via ritorniamo al punto di partenza della nostra riflessione, con Cristo che offre sé stesso come «pane vivo disceso dal cielo: se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno» (Giovanni 6,51).


03.06.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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