SHE’OL: inferi, ade

Il termine evoca, secondo molti studiosi, uno spazio deserto, devastato, caotico. Un’immagine negativa che corrisponde a un’idea di aldilà in contrapposizione alla vita fisica e storica

Pietro, nel giorno di Pentecoste, pronuncia davanti agli «uomini di Israele» un ampio discorso al cui interno cita il Salmo 16 per proclamare la risurrezione di Cristo: «Tu non abbandonerai la mia vita negli inferi, né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione» (Atti 2,27; Salmo 16,10). Appaiono così gli «inferi», l’Ade ebraico che è denominato She’ol, un vocabolo che designa appunto il regno dei morti e risuona nell’Antico Testamento 66 volte.

Una premessa è necessaria. Nella Bibbia ebraica l’oltrevita è visto soprattutto in contrapposizione alla vita fisica e storica ed è quindi affidato a immagini negative, antitetiche rispetto alla luce, alle voci, al movimento, alla vitalità dell’esistenza terrena. Anche se l’etimologia di She’ol rimane incerta, molti la connettono al verbo sha’ah, che evoca uno spazio deserto, devastato, caotico. Vuoto, desolazione, silenzio sono il segno di questo orizzonte sotterraneo a cui tutti sono destinati. È noto, infatti, che nell’Antico Testamento l’idea di risurrezione e di immortalità apparirà in epoca più tarda e in ambiti settoriali: ancora al tempo di Gesù l’aristocrazia sacerdotale detta dei «Sadducei» negava questa vita oltre la morte (si legga Matteo 22,23-33). Si comprende, perciò, l’angoscia del re Ezechia quando, colpito da una grave malattia, piange davanti a Dio sentendo approssimarsi il momento della morte: «A metà dei giorni me ne vado, sono davanti alle porte dello She’ol per il resto dei miei giorni. Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi, non guarderò più nessuno tra gli abitanti del mondo» (Isaia 38,10-11). Giobbe ci offre una descrizione drammatica di questo approdo, immerso in una sorta di «luce nera», e lo fa con un’impressionante invocazione rivolta a Dio per avere un attimo di tregua prima di precipitare in quell’abisso ignoto: «Lasciami, che io possa respirare un poco, prima che me ne vada, senza ritorno, verso la terra delle tenebre e dell’ombra di morte, terra di oscurità e di caos, dove la stessa luce è tenebra» (10,20- 22).

Laggiù, infatti, si legge nel Salmo più pessimista, l’88, sono «allontanati amici e conoscenti e fanno compagnia soltanto le tenebre» (88,19). Per questo nelle suppliche del Salterio si chiede un po’ paradossalmente a Dio di evitare la morte del suo fedele perché perderebbe un cantore delle sue lodi: «Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi (She’ol) canta i tuoi inni?» (Salmo 6,6). Quando un malato grave sente approssimarsi la guarigione e, quindi, vede allontanarsi le porte del regno della morte (un’immagine evocata anche da Gesù, quando a Pietro assicura che «le porte degli inferi non prevarranno» sulla Chiesa, Matteo 16,18), proclama sollevato e fin festoso: «Signore, hai fatto risalire la mia vita dallo She’ol, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa» (Salmo 30,4).

Una nota a margine. Per la Bibbia ebraica lo She’ol è – come l’Ade greco e l’Aralla mesopotamico – il soggiorno indifferenziato di tutta l’umanità, di giusti e peccatori. Nel libro biblico greco della Sapienza, invece, gli inferi si trasformano nel nostro inferno, divenendo la sede degli empi, mentre «i giusti vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e di essi ha cura l’Altissimo» (Sapienza 5,15).


22.04.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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