Sorgenti e cisterne piene di crepe

Nella Bibbia l’acqua è preziosa per l’agricoltura, segno di vita e del mistero di Dio. Ma è anche simbolo di giudizio. Ricorda pure la Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua, / la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta». Chi non ricorda questi versi del Cantico delle creature di san Francesco? I quattro aggettivi usati dal santo sono illuminanti perché dipingono tutti gli aspetti dell’acqua, elemento capitale nella natura, nella cultura e nella stessa religione. Abbiamo già iniziato la scorsa settimana a inseguire il filo d’acqua che scorre in tutte le Sacre Scritture. Ora evocheremo la preziosità dell’acqua fecondatrice per l’agricoltura. Lo facciamo con un cenno all’affresco poetico presente nel Salmo 65.

Il salmista immagina che il Signore passi con il suo carro-serbatoio delle acque: «Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze. Il fiume di Dio è gonfio di acque […] irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza. Stillano i pascoli del deserto […]: gridano e cantano di gioia!» (vv. 10-14). Fin dall’antichità l’uomo ha dato il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica.

Basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo, in Galilea, l’imponente acquedotto; oppure seguire la galleria (lunga 540 metri) scavata nell’VIII secolo a.C. dal re Ezechia per portare l’acqua dalla sorgente di Ghicon nella valle del Cedron no alla riserva di Siloe a Gerusalemme. Proprio perché è al centro dell’esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa divinità. Lo scrittore americano Herman Melville (1819 - 1891), in quel “romanzo d’acqua” che è il celebre Moby Dick, scriveva: «Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, Poseidone (Nettuno), fratello di Giove? Tutto questo non è senza significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto».

La stessa chiave è adottata anche nella Bibbia e secondo un ventaglio molto variegato di signicati, non solo positivi. Pensiamo al segno del diluvio, visto come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua, e allo stesso esodo degli Israeliti nel Mar Rosso, che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori. Oppure pensiamo a jam, il «mare», che per Israele è il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque pericolose anche il discepolo impaurito Pietro (Matteo 14,24-31).

L’acqua è, però, prima di tutto e soprattutto segno di vita e del mistero stesso di Dio. Essa, infatti, nella Bibbia non è mai dolcemente contemplata come «chiare fresche dolci acque» alla maniera di una famosa canzone di Petrarca, ma è celebrata come un segno di realtà più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione del profeta Geremia: «Il mio popolo ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (2,13).

L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore... Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca» (Amos 8,11 e Isaia 55,10-11).


23.01.2020



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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