Un Dio troppo umano

Il Dio della Bibbia è decisamente molto “umano”, a partire dal corpo: ha braccia, mani, piedi, volto, cuore, occhi, bocca e persino naso (in ebraico l’«ira» è espressa con il termine ’af che evoca lo sbuffare delle narici). Ha anche «viscere» materne, segno di amore istintivo, e in questa linea prova tutta la gamma delle emozioni e passioni umane: dalla collera alla tenerezza, dalla gelosia all’amicizia, dal pentimento alla fedeltà, dalla paternità alla maternità, dall’innamoramento al rifiuto.

Come un vasaio, egli plasma l’uomo o, come un tessitore, stende la pelle sul corpo umano; è un pastore che guida il suo gregge, un sovrano che passeggia a sera nel suo parco reale o che sta assiso sul trono, un padre di famiglia che cuce le vesti per i suoi figli, uno scriba che sulla pietra incide la legge, un nomade che dispiega i teli della sua tenda celeste, un generale che comanda il suo esercito, un eroe assonnato ed ebbro, pronto, una volta sveglio, a riprendere la lotta, e così via, per decine di altre immagini che toccano anche il Nuovo Testamento.

Siamo in presenza di quello che tecnicamente viene definito come «antropomorfismo», la rappresentazione divina in forma umana, come indica la matrice greca di questa parola. È un dato presente in tutte le civiltà, spesso con notevoli varianti: ad esempio, nell’antico Egitto si preferiva lo zoomorfismo per raffigurare la divinità (si pensi al coccodrillo sacro o al bue Api) e così avveniva nella religione degli indigeni della Terra Santa, i Cananei, per i quali il toro era il simbolo di Baal, il dio della fecondità (il cosiddetto vitello d’oro che gli Ebrei erigono nel deserto era in realtà un torello, su imitazione cananea).

Si tratta, comunque, di una via espressiva legittima: per parlare di ciò che ci supera, dobbiamo ricorrere a ciò che conosciamo tendendolo verso un livello superiore di pienezza e perfezione. È quella che si chiama in teologia «analogia», ben formulata dal Libro della Sapienza: «Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla l’Autore» (13,5).

Anche la creatura umana, uomo e donna, è «immagine» e somiglianza di Dio (Genesi 1,26-27). E la piena attuazione si ha nell’Incarnazione quando Dio non è solo come l’uomo, ma è uomo in Cristo Gesù: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni 1,18).

A questo punto interroghiamoci: gli Israeliti, quando ricorrevano all’antropomorfismo, capivano che si trattava di una via simbolica per indicare una pienezza trascendente? La risposta è sì e no al tempo stesso. È un po’ quello che accade ai nostri giorni con la civiltà dell’immagine e della comunicazione informatica: quante volte si oscilla tra verità e illusione, tra dato e inganno, tra reale e virtuale e il fruitore non riesce spesso a sceverare immagine e realtà.

Ebbene, nella Bibbia si attacca spesso l’idolatria: essa è proprio l’incomprensione del vero valore dell’antropomorfismo. Ci si ferma all’immagine senza capire che essa è un «segno» (san Giovanni chiama così i miracoli), che ci conduce oltre, verso l’Alto e l’Altro trascendente.

Esemplare è il citato episodio del vitello d’oro ove si scambia un simbolo della benedizione feconda di Dio proprio con Dio stesso. E se volessimo scegliere un antropomorfismo perfetto, il più alieno da equivoci? La scelta, a nostro avviso, dovrebbe cadere sul giovanneo «Dio è amore» (1Giovanni 4,8.16; si veda anche 2Corinzi 13,11 ove si parla del «Dio d’amore»).


04.07.2024



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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