Una vedova e il profeta

I “fioretti”, tipici racconti devozionali segnati dalla fede, dal miracoloso, dall’ammirazione, non sono solo un genere legato alla figura di san Francesco. Appaiono già nella Bibbia nel caso di Elia, il grande profeta di Israele. Ne evocheremo ora uno dei più teneri che ci permette di illustrare il nesso tra una famigliola misera e la misericordia come virtù che illumina e salva la vita. Il racconto è nel Primo libro dei Re (17,7-24) e ha un suo parallelo in un analogo “fioretto” su Eliseo, il discepolo di Elia (2Re 4,1-37).
La vicenda è ambientata a Sarepta, nella zona controllata dalla città-stato di Sidone, nell’odierno Libano. L’episodio sarà citato anche da Gesù nel discorso programmatico pronunciato nella sinagoga di Nazaret (Luca 4,25-26). La storia fa incontrare due atti di misericordia nello spazio misero di una famigliola costituita solo da una vedova e da suo figlio.
Da un lato, infatti, c’è la generosità di questa donna, ridotta allo stremo in un tempo terribile di carestia: sta raccogliendo legna per attizzare il fuoco per un ultimo pranzo perché le è rimasto solo un pugno di farina e un po’ d’olio. Pensa di preparare una focaccia per sé e per il ragazzo: «Ne mangeremo e poi moriremo». Sulla strada incontra Elia che le chiede di dargli un pezzo di quella focaccia. La donna accetta di compiere questo atto estremo di generosità, fidandosi della promessa del profeta: «La farina della tua giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà» (17,14).
D’altro lato, Elia ricambierà la bontà di questa vedova in un modo ben più grandioso e inatteso. La misericordia genera misericordia ancor maggiore, anzi, può produrre miracoli. La vicenda è nota: il figlio della donna è colto da un grave malore che lo conduce alla morte. Entra in scena, allora, il potere profetico, dono divino che ricambia a dismisura la generosità di quella madre. La narrazione è piena di pathos (17,17-24).
Il profeta sale da solo nella cameretta del figlioletto che giace sul suo lettuccio, urla al cielo la sua protesta di fronte a una sofferenza così tragica di una povera donna giusta e pia. Poi si distende sul corpo del ragazzo invocando Dio: «Signore mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo!». E il Creatore e Signore della vita ascolta la voce del suo profeta e nel piccolo torna a ramificarsi il flusso del sangue, ed eccolo con gli occhi aperti. Elia lo prende su di sé e lo riporta al pianterreno, tra le braccia della madre esterrefatta.
La finale del racconto è dominata da una sorta di professione di fede di questa vedova pagana: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità» (17,24). La misericordia non dà solo gioia e speranza, ma genera anche la fede. Il pensiero corre a Gesù che fa rivivere il figlio della vedova di Nain con la sua personale autorità divina, senza mediazione come nel caso di Elia (Luca 7,11-17) e viene spontaneo ricordare la fede incrollabile della madre siro-fenicia della zona di Tiro e Sidone, che implora a Cristo la guarigione di sua figlia (Matteo 15,21-28).


28.07.2016



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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