BARA': creare

Il verbo indica di per sé l’opera del taglialegna o dello scultore. Dio però agisce soltanto con la sua parola e partendo dal nulla, espresso attraverso tre diverse immagini simboliche

 

Bereshît bara’ ’Elohîm ’et hasshamajîm we’et ha’ares: suona così nell’originale ebraico la prima riga della Bibbia che tutti conoscono nella traduzione «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Genesi 1,1). Noi ora vorremmo soffermarci sul verbo bara’, «creare», che nell’Antico Testamento è piuttosto raro (48 volte), usato soprattutto dal cosiddetto «Secondo Isaia», cioè da quel profeta anonimo la cui opera è entrata nel libro del grande Isaia, il «primo», ed è raccolta nei cc. 40-55. Egli lo usa per celebrare l’esperienza vissuta nel VI sec. a.C. da Israele col ritorno in patria dopo l’esilio babilonese e lo fa riconducendo quella vicenda alla potenza creatrice divina: «Così dice il Signore Dio che crea (bara’) i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…» (42,5).

Il verbo bara’ è usato sette volte nel primo capitolo della Genesi e in sé rappresenta l’opera del taglialegna o dello scultore che trasformano una materia grezza. Naturalmente l’atto creativo è qualcosa di diverso perché suppone il nulla e non un dato preesistente. Ora, la mentalità semitica faticava ad esprimere concetti astratti come è appunto quello di «nulla». È così che, allora, l’autore sacro era ricorso a tre immagini: «La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso» (1,2). In ebraico «informe e deserto» è tohu wabohu, un’espressione cupa che evoca una superficie desertica, desolata, che indica assenza di vita, silenzio e morte, il nulla appunto. Ci sono poi le «tenebre», negazione della luce: non per nulla il primo atto creativo darà origine alla luce («Sia la luce! E la luce fu», 1,3).

Infine c’è l’«abisso», in ebraico tehom, che si spalanca sotto la terra, allora concepita come una piattaforma sostenuta da colonne che si ergono proprio su quel vuoto abissale e vertiginoso. Deserto, tenebra, abisso è la triade simbolica, usata dall’autore sacro per designare il nulla che sta alle spalle dell’atto creativo divino. Un’altra immagine che sarà adottata altrove nella Bibbia per designare il nulla è quella del mare che è visto come un mostro che attenta alla terraferma, cioè all’essere creato (vedi Giobbe 38,8-11). Quando si sarà in epoca ellenistica e ci saranno le categorie filosofiche greche di «essere » e «nulla», allora anche la Bibbia si adatterà a questo linguaggio: «Dio ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi non da cose che già esistevano, e tale è anche l’origine del genere umano » (2Maccabei 7,28).

In conclusione aggiungiamo due note. La prima riguarda l’originalità della Bibbia nel descrivere l’atto creativo, a differenza dei vari miti cosmologici dell’antico Vicino Oriente, come il più celebre di essi, l’Enuma Elish («Quando dall’alto…») mesopotamico. In quei testi la creazione avveniva attraverso una lotta tra gli dèi: il dio creatore Marduk sconfiggeva la divinità dell’Abisso, Tiamat, simbolo del nulla. Per l’autore sacro ebreo essa avviene, invece, solo sulla base della parola divina imperativa ed efficace: «Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1,3), e così via per le altre creature.

In secondo luogo ricordiamo che, oltre al citato Secondo Isaia, il verbo bara’ acquista un valore spirituale redentivo anche per il fedele. Il Salmista, infatti, nel Miserere, confessa il suo peccato e invoca la nuova creazione della sua coscienza attraverso il perdono del Signore: «O Dio, crea (bara’) in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo (Salmo 51,12).


24.06.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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