CHÁRIS: grazia

Giovedì prossimo 8 dicembre, come è noto, si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, un dono offerto alla Madre di Cristo dalla «grazia» divina: non per nulla l’angelo nel Vangelo dell’annunciazione che si legge nella liturgia, le si rivolge col participio greco kecharitòmêne che contiene proprio la parola greca cháris, «grazia» («Rallegrati, ricolmata di grazia», Luca 1,28). Tuttavia, quando si parla di teologia della «grazia», il pensiero corre in prima battuta alla riflessione proposta da san Paolo nelle sue Lettere.

 

Bisogna, però, dire che questo tema affiora già nelle pagine dell’Antico Testamento ove si esalta la libera generosità divina che si china sulle sue creature riscattandole, benedicendole, perdonandole, trasformandole. Si hanno vocaboli ebraici come hen, hesed, ’emet che esprimono questo concetto in tutte le sue iridescenze di dono, favore, benevolenza, fedeltà. Esemplare è la famosa autodefinizione divina del Sinai: «Il Signore, il Signore, Dio misercordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Esodo 34,6).

 

Nonostante i limiti e le miserie del suo popolo, Dio non fa mancare il suo amore «grazioso» e salvatore: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama» (Deuteronomio 7,7-8). La gratuità dell’elezione di Israele è il segno di un amore divino che trascende ogni merito umano. Per questa via entriamo nella riflessione paolina che usa il termine greco cháris, una parola che risuona ben 155 volte nel Nuovo Testamento.

 

Per comprenderne il significato profondo partiamo da un dato curioso: dal greco cháris derivano le nostre parole «carità, caro, carezza». La grazia è, dunque, alimentata dall’amore. È l’ingresso libero e benevolo di Dio nella notte dell’uomo attanagliato dalla «carne», ossia da quel principio oscuro che è dentro di noi e che ci spinge al peccato. Dio si mette per primo sulle nostre strade alla nostra ricerca, come l’apostolo afferma con una frase di Isaia (65,1): «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non mi invocavano» (Romani 10,20).

 

In principio c’è, allora, l’amore divino che squarcia la nostra solitudine e il nostro male. Questo atto è appunto la grazia, senza la quale noi continueremmo, da un lato, a sprofondare nel nostro peccato e, dall’altro, a tentare vanamente di uscirne attraverso l’osservanza delle opere imposte dalla legge. Abbiamo, invece, bisogno di una mano che ci sollevi verso l’alto. È questo il senso del grido finale del protagonista del famoso romanzo Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos (1936): «Tutto è grazia!». Limpide sono anche le parole di Paolo: «Noi siamo giustificati gratuitamente per la grazia di Dio in virtù della redenzione attuata da Cristo Gesù» (Romani 3,24).

 

La fede altro non è se non l’accoglienza libera e gioiosa della grazia salvatrice che ci viene offerta in Cristo. È lo spalancare le braccia dell’anima per far entrare in noi l’amore divino donato. È ciò che è accaduto agli inizi assoluti della vita di Maria: la grazia divina ha fatto subito irruzione in lei, preservandola dalla radicale fragilità umana, dalla «carne» nel senso paolino sopra citato di peccaminosità. È questo il senso dell’espressione «immacolata concezione» finalizzata alla generazione in lei del Figlio di Dio.

 

La grazia trascina con sé anche altri doni particolari e specifici per ciascuno di noi: sono i «carismi» che, come è evidente nel termine, sono un irraggiamento della cháris, della grazia che è destinata a tutti ed è uguale per tutti, ma che lascia anche segni propri in ciascuno. A questo punto la parola cháris può esprimere anche la nostra «gratitudine» al Signore della grazia: «Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Romani 7,25).


01.12.2022



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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