Gesù risponde alla madre e ai fratelli

Tempo fa, nel nostro viaggio nel Vangelo di Luca segnalandone tutte le presenze femminili, avevamo citato un passo che aveva al centro un quadretto di vita quotidiana: «Una donna dalla folla alzò la voce e disse a Gesù: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! Ma egli replicò: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (11,27-28). Ora evochiamo un’altra scenetta, per molti versi parallela.

Gesù ha appena concluso il suo discorso centrato sulla parabola del seminatore, dei semi e dei diversi terreni. Ed ecco che «andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: “Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti”. Ma egli rispose loro: “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”» (Luca 8,19-21).

C’è, dunque, tutto il parentado nazaretano di Gesù, capeggiato da sua madre Maria. Sappiamo che il termine “fratello”, strettamente parlando, nel linguaggio semitico abbraccia un orizzonte più ampio del nostro, con legami di sangue molto variabili. Ma non è questo il tema che noi ora dobbiamo affrontare, bensì la figura della donna, la madre Maria, che si è fatta strada nella folla senza riuscire a raggiungere suo figlio, circondato da un pubblico fitto di ascoltatori.

Fa, dunque, passare la voce che desidera vederlo, forse sperando che ritorni nella sua famiglia originaria, almeno per rimanere un po’ con loro. La replica di Cristo è netta: alla mera parentela carnale egli sostituisce quella più profonda, interiore e spirituale. Madre e fratelli in questo ambito diventano tutti coloro che ascoltano e praticano la Parola di Dio. Fondamentali sono i due verbi greci akoúein e poiéin che ora spiegheremo.

Il primo è “ascoltare”, ma nel linguaggio biblico non si esaurisce nel semplice sentire un messaggio, significa anche “aderire, obbedire”. È per questo che il binomio con il secondo verbo, “fare”, è necessario. Il messaggio di Cristo non è una teoria pur alta e nobile, esige una scelta, deve trasformarsi in azione, in vita, in storia. È un impegno severo, come affermava la scrittrice Natalia Ginzburg, non esplicitamente credente ma di grande moralità, nel suo libro Mai devi domandarmi (1970): «La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. È, invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno».

Alla fine del discorso dominato dalla parabola del seminatore e che precede il nostro brano, Gesù aveva così descritto il valore simbolico del terreno fertile che fa fruttificare il grano seminato: «Quelli sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (8,15). È proprio quello che farà Maria, come ci ricorda lo stesso Luca quando suggella l’inizio della sua missione di madre del Cristo con questa frase: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19).


11.07.2019



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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