HEREM: anatema/ consacrazione

A questo termine sono legate una serie di efferatezze e di violenze che fanno riferimento a Dio stesso. Che vanno però comprese nella logica della pazienza divina

Dopo decenni di insegnamento, di conferenze, di libri dedicati alla Bibbia, devo riconoscere che la domanda che mi viene ininterrottamente rivolta verte soprattutto sulle pagine violente della Bibbia, al punto che mi sono deciso nel 2019 a scrivere un testo speciœfico, La santa violenza (ed. il Mulino). Ritornerò anche ora brevemente sul tema attraverso il vocabolo ebraico herem, presente 29 volte nell’Antico Testamento, a cui però bisogna aggiungere il verbo haram, usato 51 volte.

Se stiamo sempre alla statistica, nella Bibbia ci si imbatte in almeno 600 passi che descrivono guerre, in circa altri 1.000 in cui è l’ira divina a generare morte e rovina e in oltre 100 passi ove è Dio stesso a ordinare un’uccisione. Basti leggere il capitolo 10 di Giosuè per scoprire una serie di sacre efferatezze legate appunto all’herem (l’h è aspirata), che di per sé designa una realtà o uno spazio sacro intoccabili (vedi il nostro harem) che sono di proprietà divina. Essi, perciò, devono essere «consacrati» a Dio attraverso una sorta di olocausto con una loro radicale distruzione. Tale è il bottino di guerra in cose e persone, quando l’evento bellico è voluto da Dio.

Di fronte a queste pagine grondanti violenza e sangue non si può certo adottare una lettura letterale o fondamentalista ma una corretta interpretazione storica, letteraria e teologica. La Bibbia non è un’asettica raccolta di tesi astratte da accettare e praticare automaticamente. È, invece, la presentazione di una concreta storia della salvezza. Dio si rivela entrando nella vicenda dell’umanità, colma di peccato e miserie, e progressivamente e con pazienza cerca di condurla verso orizzonti di verità e di amore più alti e perfetti.

La Rivelazione – che tra l’altro è incarnata in un linguaggio di sua natura acceso e forte com’è quello semitico e che è, quindi, da ridimensionare già di primo acchito – non è una parola estatica sospesa nei cieli, ma è come un seme che si apre la strada sotto il terreno sordo e opaco dell’esistenza terrena. Noi, allora, non dobbiamo fermarci al singolo passo: esso può esprimere la pazienza educatrice di Dio nei confronti della «durezza di cuore» o del «collo indurito» dell’uomo. Non dobbiamo nemmeno ignorare le violenze dell’epoca cristiana, nonostante l’evidente collisione di questo comportamento col Vangelo.

Ma, senza voler mostrare la meta a cui ci conduce Cristo, – «nostra pace», come lo deœfinisce san Paolo, colui che ci invita persino a «porgere l’altra guancia» – già nell’Antico Testamento appare un Dio che perdona fiœno alla millesima generazione (Esodo 34,7), che scommette sulle possibilità di conversione del peccatore, che persino cambia parere e impedisce alla sua giustizia di irrompere sul male perpetrato (Esodo 32,14). Vorremmo a questo proposito citare solo due testi emblematici. Il primo è nel libro del profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?... Io non godo della morte di chi muore» (18,23.32). Il secondo è del Libro della Sapienza: «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza… Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare l’umanità » (12,18-19).

In sintesi possiamo dire che la violenza registrata dalla Bibbia è il segno dell’«incarnazione» della parola di Dio che non è emessa da cieli dorati e racchiusa in formule teologiche perfette, ma si manifesta nella storia reale dell’umanità per vincere il male e riportare l’essere creato all’armonia concepita da Dio nel suo disegno primordiale. Un disegno che, però, comprendeva anche la libertà umana, capace di violenza e di odio, ma destinata ad essere sostenuta dalla grazia perché l’amore diventi la suprema legge della vita.


08.07.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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