Il matrimonio cristiano

Miniatura tratta dai "Decretali" di Gregorio IX, secolo XIII. Parigi, Biblioteca nazionale.  Miniatura tratta dai "Decretali" di Gregorio IX, secolo XIII. Parigi, Biblioteca nazionale.  

Siamo giunti, nel nostro itinerario biblico che segue il Lezionario del matrimonio, a una pagina decisiva (Matteo 19,3-6), su cui torneremo per approfondire la questione del divorzio. Un gruppo di farisei attira Cristo nel tranello di una disputa giuridica che vedeva pareri contrastanti. Il punto di partenza era l’interpretazione di un passo del Deuteronomio che sanciva le clausole per il divorzio: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa» (24,1). La discussione verteva sull’applicazione e la portata delle due clausole: «Essa non trova grazia agli occhi del marito» ed «egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso».

Si erano, così, formate due scuole, quella di rabbi Shammai, che intendeva in senso rigoroso il testo e concedeva il divorzio solo in caso di adulterio, e quella di rabbi Hillel, che concedeva per qualsiasi causa il divorzio, anche per la noia di vedere sempre la stessa faccia o per una minestra scotta. Ed è forse a questa seconda ipotesi che gli avversari di Gesù alludono parlando di ripudio «per qualsiasi motivo».

Gesù rifiuta l’impostazione generale del discorso, evitando di farsi coinvolgere nella rete delle diatribe giuridiche. Egli risale alla radice dell’autentico matrimonio, iscritta nella stessa Creazione, e cita il celebre passo della Genesi sull’unità profonda dell’uomo e della donna in «una carne sola» (2,24). Il progetto verso cui il matrimonio deve tendere non è quello minimalista di un contratto, non è quello che si misura prima di tutto sui limiti e sulle debolezze dell’uomo e della donna. Il modello è, invece, quello totale disegnato da Dio nella stessa Creazione in cui la donazione dei due è piena e reciproca.

La visione cristiana del matrimonio è, quindi, radicale come lo è tutta la proposta etica e religiosa del Cristo. La donazione dev’essere senza riserve; le incrinature devono essere costantemente ricucite, fondandosi sulla forza del sacramento che fa sì che, «ove due sono riuniti nel nome» di Cristo, egli è là «in mezzo a loro» (Matteo 18,20). La dualità sessuale, che è anche espressione della diversità delle personalità, delle esperienze, dei valori e delle culture, si deve fondere nell’unità dell’amore che nasce da Dio stesso. Accostarsi al matrimonio cristiano è quindi una scelta non di cerimonia, di stile, di sentimento. È una decisione impegnativa, da assumere dopo una rigorosa e intensa preparazione, attraverso una verifica seria e con una promessa di fedeltà esigente.

Tuttavia, c’è anche la fragilità della creatura umana che non di rado non riesce a mantenersi fedele a quell’impegno nuziale. È su questo aspetto, tra i tanti, che si confronterà il Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre, cercando di tenere in equilibrio la verità e la misericordia, la meta e il percorso spesso accidentato che a essa conduce.



13.06.2015



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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