Il profeta ragazzo e il ramo di mandorlo
«Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane!». Siamo nell’orto della casa del sacerdote Chelkia, nel villaggio di Anatot, a 6 km a Nordest di Gerusalemme. Al centro svetta un albero di mandorlo fiorito: è forse la primavera del 626 a.C. Il figlio di quel sacerdote sente all’improvviso una voce che autoritativamente gli dice: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato». Spaventato, il ragazzo, che si chiama Geremia, cerca di sottrarsi a quella vocazione inattesa e, ai suoi occhi, improbabile.
Ma Dio gli replica senza esitazione: «Non dire: Sono giovane!», e gli riconferma il mandato, toccandogli la bocca, simbolo di colui che deve parlare in nome del Signore, come significa il termine di origine greca da noi usato, “profeta”. «Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca». E la conferma di questa scelta è affidata simbolicamente proprio a quell’albero di mandorlo: «Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo. Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla». Per comprendere questa strana connessione, bisogna risalire alla lingua ebraica: il vocabolo per designare il “mandorlo” è shaqed, mentre “colui che vigila” per proteggere si dice shoqed. L’assonanza tra i due termini giustifica l’immagine usata.
Questo e altro è narrato nel capitolo 1 del libro di questo profeta ragazzo, il testo più lungo dell’Antico Testamento perché si compone di 21.819 parole, il 7,26 per cento dell’intera Bibbia ebraica. Geremia è il profeta più autobiografico: lo dimostrano le cosiddette “Confessioni”, disperse nei capitoli 10-20 del suo scritto, un’opera che vede anche la mano del fedele segretario Baruc. È quasi il diario intimo di un’anima romantica ed emotiva. La sua è una lacerazione profonda: egli è innamorato della sua patria, sensibile agli affetti, alla religione e alla vita serena ed è costretto a essere la Cassandra della nazione – lo soprannomineranno magôr missabîb, “terrore dappertutto!” –, a essere “scomunicato”, perseguitato dai suoi stessi compaesani, denunciato da parenti e amici, carcerato. Non potrà neppure costruirsi una famiglia perché Dio gli imporrà il celibato, stato civile considerato eccentrico in Israele, oltre che fonte di solitudine ulteriore per il profeta.
Impressionante è il grido che egli lancia a Dio: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso!» (20,7). Non è in gioco la seduzione amorosa, bensì la circonvenzione di un incapace. In quel “giorno del mandorlo” – sostiene Geremia – Dio lo ha sedotto come si circuisce un inesperto con false promesse perché acconsenta alle manovre di chi è più astuto. E ora, nell’umiliazione più profonda, il profeta urla a Dio con estrema sincerità: «Maledetto il giorno in cui nacqui! Il giorno in cui mia madre mi generò non sia benedetto!» (20,14).
Geremia morirà come profugo, costretto dai suoi compatrioti a migrare in Egitto, dopo la fine di Gerusalemme. Un profeta renitente, afferrato da Dio nella sua giovinezza, eppure trasformato in un testimone che affronta la bufera dell’ostilità e la tempesta che abbatterà la sua nazione a denti stretti e senza cedimenti. Come scriveva Giovanni Papini nel suo Sacco dell’orco, «anche la giovinezza è una malattia, ma chi non ha sofferto questo male sacro non ha vissuto... La gioventù è insurrezione e risurrezione..., è nostalgica e profetica, rimpianto di ciò che non fu mai posseduto, desiderio di quel che non sarà mai nostro... L’unico segreto perché l’anima non muoia è di rimanere fedeli alla propria giovinezza». E Geremia rimase fedele a quella voce risuonata sotto l’albero di mandorlo della sua giovinezza.
02.02.2017
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana