KIPPURÎM: espiazione, perdono

Il termine deriva da una radice che significa estirpare, cancellare, e dunque purificare. Ci sono diversi riti in proposito, che esprimono il senso del peccato e della riconciliazione con Dio

A livello popolare la parola ebraica che ora considereremo, kippurîm (nella Bibbia è al plurale), è nota per due ragioni molto distanti tra loro. Tanti, infatti, ricordano quel 6 ottobre 1973 quando scoppiò la quarta guerra arabo- israeliana che fu detta «del Kippur », perché coincideva con la data del calendario giudaico che, dieci giorni dopo il loro capodanno, celebra questa solennità penitenziale. L’Egitto, guidato dal nuovo capo dello Stato Anwar al-Sadat, succeduto a Nasser, scatenò quel con¦itto in connessione alla festività, che è una delle più importanti dell’ebraismo, e riuscì a riconquistare un’area della penisola del Sinai perduta nella precedente «guerra dei Sei giorni» del giugno 1967.

L’altra ragione che rende nota questa parola è perché essa fa parte appunto degli usi giudaici più conosciuti anche dai cristiani, quello del digiuno stretto che deve essere osservato proprio nel giorno del Kippur. Il verbo che sta alla base di questo vocabolo è presente 101 volte nell’Antico Testamento ed era noto ad altre lingue del Vicino Oriente con il signicato di «estirpare, cancellare, purificare» e, quindi, di togliere via il male espiandolo da parte dell’uomo e perdonandolo da parte di Dio.

La purificazione avveniva attraverso un rito che è descritto a più riprese nella Bibbia, destinato a diverse finalità. Per esempio, la consacrazione dell’altare dei sacrifici di olocausto comprendeva questo rituale: «In ciascun giorno offrirai un giovenco in sacrificio per il peccato, in espiazione (kippurîm), toglierai il peccato dall’altare, compiendo per esso il rito di espiazione (qui si usa il verbo kipper)» (Esodo 29,36). Similmente accade per l’altare per l’incenso con la reiterazione del nostro termine e del verbo: «Una volta all’anno Aronne compirà il rito espiatorio sui corni dell’altare: con il sangue del sacrificio espiatorio per il peccato compirà sopra di esso il rito espiatorio di generazione in generazione» (Esodo 30,10).

Ma l’atto di espiazione più alto è quello compiuto nella citata solennità del Kippur. Quel grande giorno con tutte le sue cerimonie è ampiamente descritto nel capitolo 16 del libro del Levitico, il terzo della Bibbia. Si tratta di una pagina molto complessa perché unisce due riti differenti. Il primo è appunto il sacrificio espiatorio tradizionale; l’altro, invece, è il rito del «capro di Azazel» («forza di Dio»), che è il nome di un demone del deserto, secondo l’antica convinzione popolare.

La cerimonia che riguarda questo capro è ancora una volta espiatoria, come appare in questo passo del testo del Levitico: «Aronne (il sacerdote) imporrà le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di esso tutte le colpe degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li riverserà sulla testa del capro. Poi, per mano di un incaricato apposito, lo manderà via nel deserto. Così il capro porterà su di sé tutte le loro colpe in una regione remota, ed egli invierà il capro nel deserto» (16,21-22).

Il simbolo è chiaro: il capro demoniaco racchiude in sé il peccato dell’intera comunità; il deserto è il segno della morte e del nulla; la colpa del popolo viene mandata via (per questo si usa l’espressione «capro emissorio») dall’area sacra del tempio e della città perché sia annientata nel vuoto del deserto. Al di là degli elementi pittoreschi e folclorici, forte è il senso del peccato e della possibilità del perdono che riconcilia con Dio.

 


25.02.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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