KOINÔNÍA: comunione divina e fraterna

Nelle catacombe romane (ad esempio, in quella di San Sebastiano sulla via Appia) è facile incontrare una particolare rappresentazione che gli studiosi hanno denominato concordia apostolorum: Pietro e Paolo sono, infatti, raffigurati mentre s’abbracciano, oppure sono faccia a faccia. Alla base di questa immagine c’è forse un rimando ad alcuni testi apocrifi che narravano di un incontro tra i due apostoli prima del loro martirio. In quell’occasione si sarebbero riconciliati, dopo le polemiche che erano corse tra loro riguardo all’ingresso dei pagani nella Chiesa (si legga, ad esempio, il capitolo 2 della Lettera ai Galati).
Ora, quell’abbraccio può essere assunto come simbolo per illustrare una parola greca che molti anche tra i nostri lettori conoscono, koinônía, «comunione fraterna, vita in comune, condivisione, partecipazione, solidarietà», temi che sono stati messi al centro del messaggio di papa Francesco, in particolare nell’enciclica Fratelli tutti. Il vocabolo ricorre 19 volte nel Nuovo Testamento, ma è circondato da altri termini greci che hanno la stessa base, l’aggettivo koinós, «comune», e indicano la condivisione, la compagnia, il mettere in comune i beni, ciò che è comune a tutti.
Ebbene, una delle quattro colonne ideali che reggono la Chiesa di Gerusalemme delle origini è proprio la koinônía: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella koinônía, nello spezzare il pane [l’Eucaristia] e nelle preghiere» (Atti 2,42). Questa comunione era espressa concretamente: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune (koiná); vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2, 44-45; si legga anche 5, 1-11).
Questa sorta di «comunismo» cristiano non aveva, però, una radice esclusivamente sociale, per altro – come si è visto – importante, tant’è vero che san Paolo darà un rilievo straordinario alla colletta che egli aveva imposto alle Chiese più ricche perché aiutassero quella povera di Gerusalemme. È ciò che è ampiamente attestato nei capitoli 8 e 9 della Seconda Lettera ai Corinzi, un testo vivace e appassionato che merita una lettura attenta. La koinônía cristiana aveva, però, soprattutto una dimensione ulteriore, superiore, trascendente, quella che unisce il fedele a Dio e a Cristo.
È, perciò, interessante rimandare ad alcuni passi neotestamentari significativi. San Giovanni nella sua Prima Lettera invita i cristiani ad essere «in comunione (koinônía) tra loro, ma la nostra comunione (koinônía) è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1,3). In questa linea l’apostolo Paolo invita a essere in «comunione (koinônía) con le sofferenze» di Cristo (Filippesi 3,10), perché in tal modo saremo anche «partecipi (koinonós) della sua gloria» di Risorto (così, san Pietro nella sua Prima Lettera 5,1).
L’esperienza dell’incontro vivo con Cristo si attua in particolare nell’Eucaristia che, non per nulla, nella tradizione cristiana è chiamata ancor oggi la «Comunione» per eccellenza. È ancora san Paolo a ricordarcelo in un testo celebre della Prima Lettera ai Corinzi: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione (koinônía) con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione (koinônía) con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti, infatti, partecipiamo all’unico pane» (10,16-17). La comunione divina con Cristo è, quindi, la sorgente della comunione fraterna tra i cristiani.


13.01.2022



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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