KRÍNÔ – KRÍSIS: giudicare, giudizio

Qualche volta dovremmo ripetere a noi stessi l’interrogativo accusatorio che Dante si sente rivolgere  dall’Aquila celeste, ossia dalla squadra simbolica dei beati, riguardo al mistero della giustizia divina: «Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna?» (Paradiso XIX, 79-81). C’è un detto orientale che ammonisce: «Quando punti l’indice contro una
persona, ricordati che nella tua mano altre tre dita sono rivolte contro di te». Eppure, è forte la tentazione, come dice Dante, di assidersi sul seggio del giudice, sentenziando con facilità, senza avere approfondito il merito e le condizioni in cui è avvenuto ciò che condanni nell’altro, giudicando una realtà lontana mille miglia con la vista corta che non va oltre un palmo.

Lapidario è Gesù nel Discorso della montagna: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi» (Matteo 7,1-2). Incontriamo qui la parola principale che vorremmo ora illustrare: è il verbo krínô,  «giudicare», che nel Nuovo Testamento risuona 114 volte, mentre il sostantivo krísis, che definisce la decisione del giudice, dopo aver vagliato prove e testimoni, è presente 47 volte. Altri vocaboli derivati si associano, in particolare «ipocrita» (hypokrîtês) usato 17 volte.

L’ipocrisia, con la sua esteriorità onorabile e l’intimo corrotto e perverso, è particolarmente detestata da Gesù che, per definirla, conia l’immagine folgorante dei «sepolcri imbiancati che all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti». E l’applicazione è netta: «Voi apparite all’esterno giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Matteo 23,27-28). Per ritornare a Dante, si ricordi che gli ipocriti sono condannati nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno (c. XXIII) a procedere avvolti in una pesante cappa di piombo dorato.

La condanna più severa è da Gesù formulata nella «sceneggiatura» della celebre parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18,9-14), ove domina il giudizio arrogante di coloro che «hanno l’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri». Anche san Paolo è netto: «Chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso» (Romani 2,1). Solo Dio può giudicare perché egli vede in pienezza il cuore, cioè la coscienza di ogni persona, e non si ferma all’esteriorità, così da «giudicare ciascuno secondo le sue opere» (1Pietro 1,17).

I giusti sono, allora, in attesa di quel «giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il vangelo, per mezzo di Cristo Gesù» (Romani 2,16). Ed è per questo che Matteo nel c. 25 allestisce una grandiosa scena del giudizio finale, ove il giudice supremo sarà Cristo stesso e l’oggetto della condanna verterà sulla carità verso il prossimo violata dai peccatori. Tuttavia, la rappresentazione simbolica più sontuosa del giudizio divino sulla storia umana è da rintracciare in quasi tutte le pagine dell’Apocalisse. Forte è la condanna della Babilonia imperiale nei cc. 18-19. Tutti, però, devono varcare una linea di demarcazione: «Fu aperto il libro della vita e i morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quel libro» (20,12).

Ma il Dio giudice, la cui figura campeggia in tante pagine dell’Antico Testamento, non è assetato di vendetta contro i peccatori. Egli, infatti, pur rispondendo all’anelito di giustizia delle vittime, inviando suo Figlio e costituendolo come «giudice dei vivi e dei morti» (Atti 10,42), ha un altro progetto. È lo stesso Gesù a rivelarlo a Nicodemo in quella notte gerosolimitana: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Giovanni 3,17). E Cristo, allora, ripeterà: «Chi ascolta la mia parola… ha la vita eterna e non va incontro al giudizio» (5,24).


17.03.2022



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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