«Si capisce di essere vecchi quando, per festeggiare il proprio compleanno fra canti e suoni, ci si accorge di aver speso di più per acquistare le candeline che per comperare la torta». Questa esilarante battuta dell’attore comico americano Bob Hope, morto centenario nel 2003, ci conduce a descrivere gli ultimi giorni di quel ragazzo «avvenente dai capelli rossi» che era stato il re Davide. La vecchiaia di questo sovrano si collega a un dato, per noi abbastanza sconcertante per non dire scandaloso, che riguarda una ragazza proveniente da Sunem, un villaggio incastonato nella verde pianura settentrionale di Izreel (o Esdrelon) in Galilea.
Ricostruiamo la storia direttamente dal testo sacro. «Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi servi gli suggerirono: “Si cerchi per il re, nostro signore, una giovane vergine, che assista il re e lo curi e dorma sul suo seno; così il re, nostro signore, si riscalderà”. Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisàg, la Sunammita, e la condussero al re. La giovane era straordinariamente bella; ella curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei» (1Re 1,1-4).
Ci imbarazza che una donna sia destinata a riscaldare le membra avvizzite e intirizzite di un vecchio infermo. Dobbiamo ribadire il principio secondo cui la Bibbia registra una storia concreta in cui Dio opera con pazienza progressiva per condurre l’umanità a una visione e a una salvezza ben più alta. È la logica dell’Incarnazione che tiene conto e rispetta la libertà umana e la sua pesantezza fatta di miseria, di colpa e di limite. Purtroppo ancor oggi resistono sacche di maschilismo ottuso.
Abisag entrerà, poi, nell’harem regio e rientrerà in scena quando verrà chiesta in moglie da Adonia, figlio di Davide e della principessa Agghit, nel tentativo di soppiantare l’erede designato, Salomone (1Re 2,13-25). Possedere e impalmare una delle mogli o concubine del sovrano defunto, nell’antico Vicino Oriente, conferiva un titolo per la successione: così aveva fatto il figlio ribelle di Davide, Assalonne, che si era impossessato dell’harem di suo padre, dichiarando così di esserne il successore con un colpo di Stato, poi fallito (2Samuele 16,22).
Abisag non diventerà mai regina perché il pretendente Adonia verrà eliminato da Salomone. Per alcuni biblisti la sua figura fa capolino forse in uno dei libri più dolci e poetici dell’Antico Testamento, il Cantico dei cantici. Infatti, in un passo di quel poemetto si denomina la protagonista con un appellativo, variamente interpretato: «Vòltati, vòltati, Sulammita, vòltati, vòltati, vogliamo ammirarti!» (7,1).
Di per sé il vocabolo “Sulammita” ricalca la stessa radice che sta alla base del nome Salomone e che si ritrova nel celebre termine shalôm, “pace”. Indicherebbe, perciò, una figura generatrice di pienezza e di perfezione, divenendo in pratica la forma femminile del nome “Salomone”. Ma molti pensano che si voglia applicare – attraverso un’assonanza dei due nomi – alla donna del Cantico, immersa nel volteggiare di un ballo frenetico detto dei “due campi” o “cori”, il profilo di quella ragazza «straordinariamente bella» di Sunem, compagna degli ultimi mesi di Davide, il re trasfigurato in chiave messianica dalla tradizione posteriore. La giovane Abisag, Sunammita/Sulammita, perciò, rivivrebbe idealmente nella splendida cornice di un amore libero, profondo e totale com’è quello celebrato dal Cantico dei cantici.
14.09.2017
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana