L'arcobaleno, segno dell'alleanza con Dio

Suggello alla catastrofe del diluvio, questo ponte fra cielo e terra diventa l’emblema di un patto di taglio universalistico e cosmico: con l’umanità intera e con la stessa terra

 

Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi… Pongo il mio arco sulle nubi, segno di alleanza tra me e la terra» (Genesi 9,12-13). L’arcobaleno multicolore che si allarga nel cielo è il suggello alla terribile catastrofe del diluvio che, agli occhi dell’autore sacro, non è stato solo un giudizio divino sul male umano, ma anche un grandioso lavacro purificatorio e un grembo fecondo dal quale – attraverso Noè, i suoi figli e gli animali dell’arca – sboccia la nuova creazione. La trilogia descritta nelle prime pagine della Genesi tra creazione, de-creazione (diluvio) e ri-creazione ha ora il suo compimento definitivo, suggellato da un’alleanza con Dio di taglio universalistico e cosmico. Infatti coinvolta non è solo l’umanità salvata («voi») ma anche «ogni essere vivente» e la stessa «terra». Questo patto ha come emblema proprio l’arcobaleno che si staglia nel cielo dopo una bufera. Alcuni hanno pensato che esso sia simbolicamente l’arco di guerra che il Dio guerriero e giustiziere del diluvio depone trasformandolo in quel pacifico e multicolore segno di quiete dopo la tempesta.

Certo è che per molte culture l’arcobaleno è stato quasi il ponte tra terra e cielo: è la scala dai sette colori per la quale Buddha ridiscende dal cielo, è il ponte degli dèi per i pigmei e per i popoli della Polinesia, Melanesia e Indonesia, è il «ponte fluttuante nel cielo» per i giapponesi, mentre per le leggende cinesi è la metamorfosi di un Immortale la cui entità viene arrotolata come un serpente nel cielo. Nella mistica islamica i suoi sette colori sono immagini delle qualità divine riflesse nell’universo, è quindi un’epifania di Dio iscritta nella natura. Attraverso questo simbolo si cerca, perciò, di esprimere il dialogo tra la divinità e l’umanità, quello che la Bibbia chiama appunto «alleanza».

I pigmei dell’Africa centrale, ad esempio, credono che Dio riveli il suo desiderio di entrare in relazione con loro attraverso l’arcobaleno. Appena esso compare nel cielo, essi afferrano un arco, lo dirigono verso l’alto e cantano: «Tu hai rovesciato sotto di te, vincitore nella lotta, il tuono che brontolava ». La litania si conclude con l’invocazione, indirizzata all’arcobaleno, di intervenire presso il supremo Essere celeste perché egli non tuoni più, non mandi più acque violente, non sia più adirato con gli uomini e più non li uccida. I temi suggeriti dalla nostra narrazione biblica attingono, quindi, a un archetipo comune a tante culture.

Anche nella successiva tradizione cristiana si cercherà di arricchire di significati questo segno cosmico di pace e di alleanza. Infatti il Cristo paleocristiano e bizantino spesso troneggia sopra un arcobaleno. Il simbolo diventa, così, espressione della grazia e dell’amore di Dio. Non per nulla nel testo della Genesi si afferma che l’arcobaleno non è un segno destinato agli uomini perché si ricordino di Dio quando lo vedono sfolgorare in cielo, bensì si dichiara che è un segno per Dio perché «egli si ricordi» della sua promessa. La nostra conservazione nell’essere e nella vita dipende esclusivamente dalla volontà di Dio, noi siamo sospesi al filo del suo amore. Come dichiara Giobbe, «è Dio che ha nella mano l’anima di ogni vivente e l’alito di ogni carne umana» (12,10).

Questa è, perciò, una pagina di grande serenità che avvolge il lettore dopo l’incombere cupo del diluvio. È la riscoperta dell’armonia tra Dio e l’uomo, tra Dio e il creato e tra l’uomo e la natura. Ed è anche ciò che l’Apocalisse canterà nella sua raffigurazione della Gerusalemme nuova e discesa dal cielo (cc. 21-22).


09.07.2020



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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