Li distruggerò insieme con la terra

La finalità del racconto biblico del diluvio non è più mitica, come nei testi mesopotamici antichi, ma acquista i contorni del giudizio divino sul peccato umano e sull’immoralità

 

Nella precedente puntata della nostra rubrica di ecologia biblica lasciavamo aperta una domanda: qual è il vero significato del racconto del diluvio presente nei capitoli 6-9 della Genesi, dato che narrazioni analoghe si incrociano anche in altri testi mitologici mesopotamici antichi? Notiamo a margine che quelle pagine bibliche sono frutto dell’intarsio di due diverse tradizioni. Esse sono state fuse insieme senza badare a qualche incongruenza: per esempio, il diluvio in un passo (Genesi 7,12) dura 40 giorni, in un altro (8,13) un intero anno. La finalità del racconto biblico non è più mitica, come nei citati paralleli dell’antico Vicino Oriente, ove il diluvio era il castigo per il rumore degli uomini che disturbavano il sonno degli dèi. Per la Sacra Scrittura quell’evento acquista invece i contorni di un atto di giudizio divino sul peccato umano: il Dio biblico non è indifferente di fronte alla corruzione e all’immoralità.

È per questo che all’inizio della narrazione della Genesi si legge questa frase: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni progetto concepito del loro cuore non era altro che male… Il Signore disse: Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti… li distruggerò insieme con la terra» (6,5.7.13). Siamo quindi davanti al binomio peccato-castigo, raffigurato emblematicamente attraverso una sorta di anti-creazione: nella creazione, infatti, le acque erano state separate dalla terra (1,9-10). Ma l’ultima parola, come vedremo, non sarà quella del giudizio e della morte. Nell’uomo giusto, Noè, e nella sua discendenza, si manifesterà di nuovo l’amore del Creatore che fa pace con l’umanità.

Qual è, dunque, lo scopo di questo racconto? È, certo, quello di sottolineare che la terra è esposta al rischio della sua fine, perché è sempre insidiata dal limite, è finita, caduca e non infinita ed eterna come lo è Dio. C’è dunque anche la necessità di spiegare il male «fisico» che turba l’umanità quando si trova di fronte a catastrofi naturali, a terremoti, a tsunami. Per i popoli politeistici circostanti a Israele questi eventi erano frutto di una lotta interna agli dèi, per cui a una divinità creatrice come Marduk o Baal si opponeva un’altra ostile e distruttrice come Tiamat.

La visione anticotestamentaria sposta invece l’accento sull’umanità secondo una lettura etica del diluvio, visto come uno strumento di giudizio secondo la tesi sopra citata del peccato e della punizione, in stretto collegamento tra loro. In tale prospettiva a ogni colpa deve corrispondere una punizione. Non abbiamo, perciò, solo un’interpretazione «fisica» delle catastrofi legate al limite creaturale della natura e neppure «mitica» con una conflittualità intradivina, bensì «morale » come esigenza della giustizia divina. Questa teoria, che talora è spacciata da qualche predicatore esagitato, è superata da Gesù, che invita a non ricorrere subito alla colpa umana per spiegare eventi fisici, come il crollo della torre di Siloe (Luca 13,4), o malattie, come nel caso del cieco nato (Giovanni 9,1-2).

Tuttavia, come ben sappiamo noi oggi, la libertà dell’uomo con il suo dissennato comportamento può effettivamente devastare la Terra con il rischio di distruggerla. E la lista delle colpe è lunga: inquinamento, rifiuti pericolosi, gas serra, plastica nei mari, buco dell’ozono, eliminazione di alcune specie e così via.


02.07.2020



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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