Maledizione e malocchio

Si ha un bel dire che la scienza e la tecnologia dominano oggi la scena. Eppure una folla (e non sempre di ingenui e sprovveduti) si rivolge o crede a cartomanti, maghi, indovini, inventori di oroscopi e affini. Tempo fa mi fu indirizzata questa domanda: «Come la mettiamo con le maledizioni bibliche e col Signore che colpisce i nemici di Israele col “delirio, la cecità, la pazzia” (Deuteronomio 28,28)?». Siamo in presenza, sia con le maledizioni, sia col parallelo antitetico delle benedizioni, di un dato presente in tutte le culture religiose. Si tratta di un fenomeno letterario (si hanno infatti delle formule espressive codificate), sociale (riflettono situazioni e convinzioni popolari) e teologico (hanno alla base il coinvolgimento di Dio stesso). Il principio che vi è sotteso è duplice. Da un lato, si vuole esprimere la fiducia nella «moralità» di Dio: il Signore non può restare indifferente nei confronti del male e dell’ingiustizia ma deve intervenire ristabilendo l’armonia violata dal peccatore. Si tratta, quindi, di un appello al giudizio divino, la cui sentenza è imparziale e giusta. D’altro lato, si ha un ulteriore tipo di fiducia, quello nella parola che nelle civiltà dell’antico Vicino Oriente era considerata dotata di efficacia soprattutto quando veniva pronunciata in un contesto sacrale. Come accade per le parole del sacerdote alla consacrazione, capaci di rendere realmente presente Cristo sotto il segno del pane e del vino, così il fedele ebreo era certo di “costringere” Dio a intervenire col suo giudizio attraverso la maledizione rituale. Il contenuto della maledizione era regolato da una dottrina cara all’Antico Testamento, quella della retribuzione, che potremmo riassumere nel binomio «delitto-castigo»: se hai peccato, Dio ti punirà con una malattia. Contro questa tesi reagiranno aspramente Giobbe e lo stesso Gesù che, davanti al cieco nato, si ribellerà all’idea che la sua cecità sia frutto di un peccato di quello sventurato già nel grembo materno o dei suoi genitori, come ostenevano le varie scuole rabbiniche di allora (Giovanni 9,1-3). Siamo, quindi, in presenza di una concezione che dev’essere spogliata dagli elementi popolari mitici attraverso quella corretta interpretazione che spesso abbiamo spiegato durante l’ormai lungo percorso che stiamo conducendo da tempo in questa rubrica. Con l’acqua sporca,però, non si deve gettare anche il bambino: fuor di metafora, dobbiamo affermare la verità sottesa. Dio non maledice infliggendo malattie, ma non è indifferente nei confronti della colpa. Con la sua parola ribadisce ciò che è bene e ciò che è male e riserva il suo intervento alla fine della storia personale e universale (Matteo 25). La nostra parola di maledizione o il cosiddetto «malocchio» non hanno nessun effetto maligno sul prossimo, contrariamente alle leggende popolari; anzi, si ritorcono sul soggetto che le pronuncia come atto contro la carità e il perdono. Lapidarie sono le affermazioni di Cristo nel Discorso della montagna: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, sarà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geenna » (Matteo 5,22). I due termini usati da Gesù nell’originale aramaico che esplicitano (raqa’) o evocano (sotto il greco môré) hanno una carica molto più forte della traduzione adottata perché bollano il prossimo col desiderio di emarginarlo. Al contrario, questa maledizione nel giudizio di Cristo si trasforma in un boomerang, in una paradossale autocondanna di chi l’ha emessa.


15.08.2024



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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