Nel "paradisiaco" giardino dell'amore

Nel libro biblico del Cantico dei cantici, l’Eden delle origini, con le piante, i fiori e i frutti più squisiti, viene trasfigurato in un simbolo dell’unione tra l’uomo e la donna.

Dopo aver sostato a lungo nelle tappe precedenti del nostro viaggio nel Creato così come è descritto nei primi due capitoli della Genesi, ora apriamo il sipario su un’altra scena biblica affascinante. Qui incontreremo ancora quel giardino «paradisiaco» delle origini, ma trasfigurato in un simbolo d’amore. Nella pagina che stiamo ora per evocare ricorre il raro vocabolo pardes, «paradiso» (solo tre volte nell’Antico Testamento), assente invece nella descrizione del giardino dell’Eden. Siamo nel capitolo 4 di quel poemetto mirabile che è il Cantico dei cantici.

Dice l’amato alla sua donna: «I tuoi germogli sono un paradiso di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cipro e nardo, di nardo e zafferano, di cannella e cinnamomo, con ogni specie di alberi d’incenso, mirra e aloe, con tutti gli aromi migliori» (4,13- 14). L’immagine si colloca all’interno di una strofa poetica (4,12-5,1) in cui domina un dialogo tra Lui e Lei, i due protagonisti del poemetto biblico. È innanzitutto l’innamorato a cantare la bellezza della sua donna e nelle sue parole è dominante, come si intuisce dal flusso integrale dei versi, l’immagine di un giardino irrorato da una sorgente e colmo di vegetazione, un simbolo, per altro classico nella poesia amorosa. La comparazione è sviluppata in un crescendo che in finale trasforma il canto dello sposo in un duetto con la sposa. Il giardino è abbinato a una sorgente ed entrambi sono sigillati, cioè chiusi agli estranei (4,12). Questo tema è un’allusione abbastanza nitida all’illibatezza della donna, alla sua fedeltà, all’esclusività del possesso reciproco dei due innamorati. L’intimità non dev’essere violata, ma solo donata per amore.

Entrato nel giardino “paradisiaco”, l’amato scopre il decalogo di alberi segno di pienezza sopra citato, con un effluvio simile a una nube aromatica. L’uomo continua riprendendo il segno della «fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive che sgorgano dal Libano» (4,15). La donna è per l’uomo come una sorgente di acque abbondanti e freschissime, alimentata dalle nevi della catena del Libano. La forza di questo paragone è da intendere nella cornice dell’assolato e assetato panorama della terra di Israele. Nell’itinerario spesso aspro e desolato della vita l’amore è come un pozzo a cui si attinge per essere dissetati e rinvigoriti.

Questa simbologia del giardino “paradisiaco” come grembo fecondo, come rifugio di pace e come oasi che offre frutti e bevanda ha rimandato spesso i lettori ebrei e cristiani del Cantico a Sion. Nonostante la città sia su un colle arido e pietroso, è vista dal Salterio come un giardino perfetto in cui Dio accoglie l’uomo e lo ricolma di beni e di consolazioni (Salmo 46).

Nel dialogo del Cantico dei cantici interviene in finale Lei, la donna (4,16), con un appello di grande potenza poetica rivolto ai venti freddi settentrionali e a quelli caldi meridionali perché avvolgano lei e il suo giardino così da far esalare in tutta la loro intensità gli aromi in esso celati. Tutto il mondo nel suo asse verticale nord-sud si concentra attorno a questo giardino-paradiso nel quale l’amato è invitato a entrare. L’oasi chiusa è aperta dalla donna stessa; il sigillo della fonte è spezzato e lo sposo è chiamato a cibarsi dei frutti squisiti ed esaltanti dell’amore.

L’uomo risponde accogliendo con gioia l’invito (5,1). Egli è ora nel giardino dell’amore. Qui egli si lascia sedurre dai profumi, qui egli è rinvigorito dal miele che in esso cola, qui egli è dissetato da un latte dolcissimo e da un vino generoso. A questa mensa d’amore, che guarisce ogni limite e ogni debolezza, egli è assiso come un principe.


12.03.2020



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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