PESAH: Pasqua

Il termine ha il significato di “passare oltre” e fa riferimento alla liberazione dall’Egitto degli Ebrei, le cui case furono saltate, risparmiate dal giudizio divino

La parola «pasqua» è la trasposizione italiana del termine ebraico pesah (l’h finale è aspirata) che abbiamo ovviamente selezionato per questa puntata che cade nella data della solennità della risurrezione di Cristo. Il vocabolo è stato variamente interpretato come «oltrepassare» o «colpire»: certo è che secondo il racconto biblico ha il signicato di «passare oltre», di saltare risparmiando dal giudizio divino le case degli Ebrei nella notte della liberazione dall’oppressione faraonica, a differenza di quelle egiziane «colpite» dal Signore.

Rimandiamo i nostri lettori al capitolo 12 dell’Esodo, un testo che viene proclamato anche nella Veglia pasquale della liturgia cattolica. Segnaliamo solo i passi biblici principali ove risuona la parola pesah. Esodo 12,21: «Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate pesah ». Esodo 12,26-27: «Quando i vostri figli vi chiederanno: Che signicato ha per voi questo rito?, voi direte loro: È il sacrificio di pesah per il Signore, il quale è passato oltre (pesah) le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case». Nel libro dei sacerdoti, il Levitico, si legge: «Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la festa di pesah del Signore» (23,5). Dopo il ritorno dall’esilio babilonese, nuovo esodo verso la terra promessa, nel libro di Esdra si ricorda: «I rimpatriati celebrarono pesah il quattordici del primo mese» (6,19). Il «primo mese» a cui si fa riferimento era chiamato Nisan, corrispondeva al nostro marzo-aprile, e allora apriva il nuovo anno, così come accadeva a Babilonia ove quel nome era presente nel calendario proprio in apertura dell’anno a primavera.

Il rituale arcaico della pasqua ebraica, così come è descritto nel citato capitolo 12, riflette una trama di componenti che rimandano a una festa primaverile nomadica di transumanza. Il rito dell’agnello arrostito, intatto nella sua ossatura, era un auspicio che Dio, a cui era sacricato, lo restituisse nei futuri parti del gregge. Il sangue asperso sulle tende era un gesto di esorcismo e di protezione contro gli spiriti maligni. Il bastone da viaggio segnalava la trasmigrazione alla ricerca di nuovi pascoli, mentre i pani azzimi, non lievitati e cotti nel forno, indicavano la necessità di ricorrere alla cottura su lastre di pietra durante il viaggio.

La Bibbia trasforma, però, questa solennità stagionale e naturistica in una celebrazione storica, basata appunto sulla liberazione dall’oppressione e l’avvio verso un orizzonte di dignità e di libertà nella propria terra. Per questa qualità, non più legata al ritmo ciclico obbligato delle stagioni, ma al filo progressivo della storia con i suoi momenti gloriosi e miseri, il trattato giudaico sulla pasqua afferma che «ogni generazione deve considerare se stessa come uscita dall’esodo d’Egitto» (Pesahim 10,5).

Questa impostazione regge ancor oggi il seder, ossia il rituale che governa la cena pasquale giudaica con una sequenza di atti codicati, tra i quali sono da menzionare la benedizione delle coppe di vino e i pani azzimi. Il pensiero corre anche all’ultima cena di Gesù, connessa alla pasqua ebraica, a cui egli assegna una nuova impronta eucaristica e il legame con l’«esodo» finale della sua morte, risurrezione e glorificazione. Come scriveva un importante autore ebreo, André Neher, «la spiritualità cristiana e la spiritualità giudaica sono, nelle loro radici, entrambe pasquali».


01.04.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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