Quel gesto di affetto che scaccia la febbre

I pellegrini di solito s’imbarcano a Tiberiade e, navigando sull’omonimo lago posto a 212 metri sotto il livello del mare, approdano a Cafarnao (“villaggio di Nahum” o “della consolazione”). Ai tempi di Gesù era una cittadina prospera, dotata di una guarnigione militare comandata da un centurione (Luca 7,1-10) e di un controllo di dogana diretto da un certo Levi-Matteo, il futuro apostolo ed evangelista (5,27-28), a causa della strada carovaniera che raggiungeva la Siria. Ora è un vasto campo archeologico ove i Francescani hanno messo in luce importanti memorie cristiane. Tutti ammirano i resti imponenti della sinagoga del IV-V secolo, sorta sopra quella, più modesta, frequentata da Gesù, ove tenne il celebre discorso del «pane di vita» (Giovanni 6).

Immaginiamo che egli esca proprio da quella sinagoga e si incammini verso i quartieri popolari dei pescatori con le loro case modeste erette con pietre basaltiche nere e con tetti a rami impastati di argilla (si ricordi l’episodio del paralitico calato dal tetto proprio a Cafarnao secondo Marco 2,1-12). Come abbiamo già visto in passato, fu attraversando una di queste viuzze che Gesù aveva guarito una donna emorroissa e, nel quartiere più elegante, aveva riportato in vita la figlia dodicenne del capo della sinagoga. Ora, però, egli sta indirizzandosi verso la residenza di un pescatore che è suo discepolo, Simone detto Pietro, che lo ospita durante i suoi soggiorni a Cafarnao.

È a questo punto che facciamo emergere una figura femminile che l’evangelista Luca ci presenta. Di lei non conosciamo né il nome né l’età; sappiamo, però, che è la madre della moglie di Pietro. Ma lasciamo la parola a Luca: «Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva» (Luca 4,38-39). Il gesto di Cristo è significativo: si china su di lei, quasi a toccare la fronte come si fa con i febbricitanti; anzi, l’evangelista Marco (1,29-31) ricorda che la prese per mano, quasi a sentire i battiti accelerati del polso e per sollevarla dal letto.

Eccola, dunque, in piedi, dato che Gesù ha “comandato” al male di lasciarla, personificandolo in uno spirito maligno, secondo la concezione del tempo riguardo alle malattie. E la donna è ben felice di poter servire a tavola il Maestro che aveva cambiato la vita di suo genero. È interessante notare che gli archeologi francescani hanno portato alla luce in questo quartiere popolare i resti di una chiesa bizantina ottagonale del V sec. con un pavimento a mosaico rappresentante un pavone e fiori di loto. Un metro e mezzo sotto quel pavimento, quasi come in una cripta, c’erano i segni di una chiesa giudeo-cristiana precedente: i seguaci di Cristo cafarnaiti avevano scelto quella sala perché quasi certamente era la casa di Pietro a loro nota.

Possiamo, allora, immaginare di avere la memoria spaziale di quell’atto di affetto di Gesù nei confronti della suocera di Pietro e del suo soggiorno a Cafarnao. Memoria confermata dai bizantini che vi eressero sopra la loro chiesa, ora visibile da un’apertura centrale del nuovo santuario, architettonicamente non esaltante, eretto nel 1990. Già nel 570 un pellegrino di Piacenza nel suo diario di viaggio annotava riguardo alla chiesa bizantina: «Venimmo a Cafarnao, nella casa del beato Pietro, che attualmente è una basilica».


07.02.2019



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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