Una vecchina ottantaquattrenne

Riannodiamo idealmente il filo del discorso con quello della scorsa settimana, a sua volta connesso con la festa liturgica della Presentazione del Signore al tempio di Sion. Là avevamo riportato alla ribalta la figura di Maria, la madre di Gesù, alla quale l’evangelista Luca assegna una posizione di prestigio primario tra le molte donne che s’affacciano dalle pagine del suo Vangelo. In quell’occasione era entrato in scena un anziano dotato di spirito profetico, Simeone, e le sue parole, pur segnate dalla gioia per l’incontro con il piccolo Gesù intuito come Messia, si erano aperte a due oracoli severi. Essi prefiguravano il futuro di contraddizione e rifiuto che quel Messia avrebbe sperimentato nella sua missione e avevano associato nell’amarezza sua madre, la cui anima sarebbe stata trafitta dalla prova e dal dolore.

Ora, invece, appare un’altra donna accanto a Maria e la sua presenza di vecchina ottantaquattrenne è simile a un sorriso (Luca 2,36-38). Il suo nome è Anna, come quello che la tradizione popolare, attestata dall’apocrifo Protovangelo di Giacomo (II sec.) attribuirà alla madre di Maria. Il suo “cognome” patronimico è «figlia di Fanuele» (in ebraico “volto di Dio”) e la tribù di appartenenza è quella di Asher, che risiedeva in un territorio fertile sulla costa settentrionale del Mediterraneo, a nord del Carmelo. Il patriarca Giacobbe nelle sue benedizioni-testamento dedicate alle dodici tribù di Israele, esaltando la prosperità di questa piccola regione, si esprimeva così: «Asher, il suo pane è pingue, egli fornisce delizie degne di un re» (Genesi 50,20).

Anna – il cui nome è sostanzialmente un diminutivo di Giovanna e che significa l’atto di grazia del Signore che si china amoroso sulla sua creatura – è vedova da lungo tempo (suo marito era morto dopo soli sette anni di matrimonio). Da allora la donna si era consacrata al servizio del tempio, dal quale «non si allontanava mai, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere» (2,37). In un certo senso è il ritratto della vedovanza, come la descriverà a più riprese san Paolo nel servizio dei fratelli e di Dio: «La vedova ripone la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte» (1Timoteo 5,5: si legga l’intero paragrafo di 5,3-16 riservato alle vedove cristiane).

In lei si ha anche il ritratto della vecchiaia serena e benedetta da Dio, piena di fede e di speranza. Nella sua figura si possono riconoscere tante donne generose, devote di Maria, che popolano le nostre chiese adorando il Cristo, ma che sanno anche aiutare, sostenere, confortare il prossimo e testimoniare la loro fede. I loro anni non sono tempo sfuggito come sabbia che lascia le mani vuote, né foglie secche di ricordi svaporati. Queste donne incarnano la verità delle parole del Salmo 92: sono come palma o cedro del Libano «piantati nella casa del Signore, che fioriscono negli atri del nostro Dio e nella vecchiaia danno ancora frutti e sono verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore» (vv. 13-16).

Luca applica un titolo ad Anna: la chiama “profetessa”, proprio perché sa scoprire – come il suo collega Simeone – la presenza e l’azione del Signore nella storia umana. Significativo è il finale del piccolo cammeo che l’evangelista le riserva: «Si mise anche lei [come Simeone] a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (2,38). Anna è, così, una prima discepola, annunciatrice e testimone di Cristo.


31.01.2019



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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