«A te una spada trafiggerà l’anima»

Sabato 2 febbraio il calendario liturgico segna la festa della Presentazione del Signore al tempio, una celebrazione di luce sulla base delle parole del vecchio Simeone che, davanti al piccolo Gesù recato tra le braccia di Maria nel santuario di Sion, aveva esclamato: «I miei occhi hanno visto la salvezza... luce per rivelarti alle genti» (Luca 2,30.32). A Roma, tra il VII e il X secolo, si snodava in questa giornata una processione con le candele accese per accompagnare il neonato Gesù. Noi, però, anche questa volta scegliamo di fissare il nostro sguardo sul volto di Maria, la più alta e gloriosa di tutte le donne che Luca introduce nel suo Vangelo.

Su di lei e su Giuseppe incombeva il dovere di presentare al Signore il primogenito Gesù e riscattarlo perché egli era considerato appartenente e sacro a Dio secondo la Legge biblica: «Il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti di uomini o di animali appartiene a me» (Esodo 13,2). In quell’occasione la madre veniva dichiarata pura, dopo quaranta giorni dal parto, secondo un’antica norma biblica (Levitico 12,2-4). Un sacerdote la riammette nel tempio, nel “cortile delle donne”, dopo il sacrificio di un agnello: per le coppie povere esso era sostituito da due tortore o colombe (Luca 2,22-24).

Maria è un’ebrea osservante, ma è anche povera e deve optare per questo atto più semplice, accolto frettolosamente da un sacerdote che forse avrebbe preferito purificare una donna più ricca. Ma, come si diceva, c’era quell’anziano: gli occhi della sua anima erano più acuti di quelli del corpo ormai invecchiato e, per questo, egli aveva saputo intuire in quel piccino una presenza ben più mirabile rispetto alla modestia della sua famigliola. In lui egli vede il Messia e pronuncia quel breve cantico a cui abbiamo sopra accennato e che, nella versione latina, diverrà il Nunc dimittis della preghiera liturgica serale della Compieta. Egli è poi investito da uno spirito profetico che gli fa proclamare due oracoli.

Il primo riguarda quel bambino che sarà un «segno di contraddizione» perché la luce che egli porta troverà l’aspra opposizione delle tenebre, cioè del rifiuto e del male (2,34). Sul secondo oracolo sostiamo maggiormente perché è destinato proprio alla madre del neonato, la donna che nel Vangelo di Luca ha un rilievo speciale: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,35). Qual è il significato di questa metafora terribile? Nella storia sono state date risposte spesso stravaganti: si è pensato al dubbio insinuato nella fede pura di Maria davanti agli insuccessi del Figlio, oppure a una sua morte violenta per martirio!

In realtà, il senso è da cercare nella linea dell’annunzio riservato al Figlio di Maria. Sua madre sarà coinvolta con lui nell’ostilità che si leverà contro Cristo. È la legge del morire per risorgere, del perdere per trovare, della povertà fino alla privazione del Figlio sul Calvario per riaverlo nel discepolo amato, cioè nei suoi fratelli, figli adottivi di Dio. Da questa profezia di Simeone fiorirà l’iconografia dell’Addolorata con il cuore trafitto da cinque o sette spade, secondo le diverse identificazioni delle varie sofferenze vissute da Maria nella sua vita terrena. Santa Caterina da Siena si rivolgeva così a Gesù: «O dolcissimo e dilettissimo Amore, quel coltello che tu ricevesti nel cuore, nell’anima e nelle piaghe del corpo fu quello stesso coltello che trapassò il cuore e l’anima della madre tua».


24.01.2019



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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