Sposi santi nel quotidiano

Incontro di Gioacchino e Anna, Affresco di Giotto (1266-1336). Padova, cappella degli scrovegni.  Incontro di Gioacchino e Anna, Affresco di Giotto (1266-1336). Padova, cappella degli scrovegni.   Nei suoi Colloqui l’umanista Erasmo da Rotterdam (1466-1536) scriveva in latino: Sanctissime coluit divos, quisiquis imitatus est, «il miglior modo per venerare i santi è imitarli». Molti santi sono sposi e spose, padri e madri, figli e figlie, sia nel riconoscimento ufficiale della Chiesa, sia nell’oscura quotidianità della loro esistenza fedele e operosa.

Per conquistare questa vetta attraverso la quotidianità familiare, soprattutto san Paolo offre come guida quelli che sono chiamati “codici domestici”. Si tratta di appelli rivolti agli sposi cristiani perché vivano in pienezza la loro vocazione. L’Apostolo attinge a un genere letterario noto anche nell’orizzonte greco-romano in cui viveva, impostandolo però in chiave cristiana, pur non perdendo l’impronta del contesto socio-culturale di allora, ben diverso dal nostro soprattutto riguardo alla dignità e ai diritti della donna. Proprio per tale qualità, queste serie di norme (dette anche “tavole”) esigono di essere riattualizzate.

Prendiamo, ad esempio, il “codice” incastonato nel finale della Lettera agli Efesini (5,22-6,9). In una disposizione seriale a trittico sono affrontati gli impegni reciproci delle mogli e dei mariti (5,22-33), dei genitori e dei figli (6,1-4), degli schiavi e dei padroni (6,5-9). Avendo già accennato al rapporto tra mogli e mariti modellato sul nesso tra Cristo e la Chiesa, puntiamo ora la nostra attenzione sul secondo quadro dedicato ai genitori e ai figli (vedi anche Colossesi 3,20-21). Il rimando primario è al quarto comandamento: «Onora tuo padre e tua madre», dove il verbo “onorare” non è meramente celebrativo bensì operativo. È, perciò, esplicitato da un altro verbo, “obbedire” che suppone un ascolto-adesione efficace.

Questi verbi riassumono una complessa rete di relazioni sviluppata già dalla letteratura sapienziale dell’Antico Testamento. A titolo esemplificativo, suggeriamo la lettura di una bella pagina del Siracide (3,1-16) ove si introducono due elementi significativi. Il primo riguarda la situazione morale e sociale dell’anziano: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia... Sii indulgente anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore» (3,12-13). Il secondo appello è teologico: «L’opera buona verso il padre... otterrà il perdono dei peccati..., come brina al calore si scioglieranno i tuoi peccati» (3,14-15).

L’atto d’amore verso i genitori è visto, quindi, come un atto religioso e non solo etico-sociale. Il monito rivolto ai padri da san Paolo nella Lettera agli Efesini (6,4) è duplice. Da un lato, l’impegno serio all’educazione dei figli, attraverso la paidéia, “pedagogia” o disciplina della persona, e alla formazione religiosa della mente e della coscienza (nouthesía). D’altro lato, evitare ogni brutalità e autoritarismo. L’Apostolo usa il verbo parorghízein, “esasperare”, ove si ha la radice dell’“ira” (orghê), condannando quindi il potere di vita o di morte sui figli assicurato al padre dalle antiche tradizioni legislative. Sulla scia di questi “codici” attualizzati è possibile anche al cristiano edificare una “santa famiglia”.


30.10.2015



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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