Un giovane rapito dalla terra
«In questi giorni i giovani sono simili a pappagalli, spaventati a morte di non essere tutti uguali, mentre la gente di una volta pregava per avere il vantaggio di essere un po’ diversa». Era nel 1896 quando nel suo romanzo Il paese degli abeti aguzzi la scrittrice statunitense Sarah Orne Jewett denunciava l’omologazione dei giovani alla moda dominante. Chissà cosa avrebbe affermato oggi con certe derive giovanili, in cui tutti vestono secondo un determinato stile, hanno gli stessi divertimenti, dicono le stesse parolacce, frequentano gli stessi locali e cercano di scandalizzare i loro genitori in ogni forma possibile.
Ben diverso è il ritratto che ci offre il libro della Sapienza, un testo biblico scritto in greco alle soglie dell’èra cristiana, attento al tema della comunione immortale del giusto con Dio. Si tratta di un giovane che, all’improvviso, è strappato da questa terra con una morte prematura. Ascoltiamo le parole del sapiente biblico, forse vissuto ad Alessandria d’Egitto. «Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo. Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia. Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove. Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima, poiché il fascino delle cose frivole oscura tutto ciò che è bello e il turbine della passione perverte un animo senza malizia» (4,7-12).
Il passo riflette un’atmosfera “pasquale”, espressa attraverso due verbi suggestivi: «Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva tra peccatori, fu portato altrove, fu rapito». C’è una premessa da fare. Per l’Antico Testamento la cartina di tornasole della giustizia di una persona era nella benedizione che Dio le riservava attraverso una lunga vita, come era accaduto ai patriarchi. Ad esempio, il padre-maestro del libro dei Proverbi dice al suo figlio-discepolo: «Non dimenticare il mio insegnamento e il tuo cuore custodisca i miei precetti perché lunghi giorni e anni di vita e tanta pace ti apporteranno... Il saggio ha lunghi giorni nella sua destra e ricchezza e onore nella sua sinistra» (3,1-2.16).
Al contrario, l’empio sarà votato a una morte repentina. «Sono contati gli anni riservati al malvagio»: l’amico Elifaz minaccia così Giobbe (15,20). E il Salmista usa un’immagine incisiva: «I malvagi come l’erba presto appassiranno, come il verde del prato avvizziranno » (37,2). Nel libro della Sapienza c’è un ribaltamento. È il giusto ancor giovane a essere “rapito” da Dio che lo trasferisce dalla stanza corrotta del mondo alla sala del suo regno ove vivrà nella gioia, nella pace e nell’immortalità.
Egli non è più qui tra noi, è «portato altrove», come era accaduto al profeta Elia rapito in cielo da quel Signore che egli aveva coraggiosamente servito e amato (2Re 2). Ma l’autore del libro della Sapienza è consapevole che questa vicenda crea sconcerto e continua: «Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita. La sua anima era gradita al Signore, perciò si affrettò a uscire dalla malvagità. La gente vide ma non capì, non ha riflettuto su un fatto così importante: grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi» (4,13-15). La pienezza di vita non si misura, quindi, sul computo degli anni ma nell’aver adempiuto la propria vocazione nell’arco di tempo a noi riservato da Dio. Per questo concludiamo con la battuta di uno scrittore spagnolo di origine ebraica vissuto nel ’500 anche in Messico: «La giovinezza non è una stagione della vita, è invece uno stato della mente e dell’anima».
13.04.2017
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana