Giuseppe e i suoi fratelli

«Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i suoi fratelli....Giuseppe riferì al padre di chiacchiere maligne su di loro. Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli» (Genesi 37,2-3). Inizia così la storia piena di avventure e colpi di scena di questo figlio che il patriarca biblico aveva avuto dalla moglie più amata, Rachele, la quale gli aveva dato un altro figlio a lui carissimo, Beniamino.

Questa storia – che va letta integralmente nei capitoli 37-50 della Genesi – è così riassunta dal libro biblico della Sapienza: «[La Sapienza divina] non abbandonò il giusto venduto, ma lo liberò dal peccato. Scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene finché gli procurò uno scettro regale e l’autorità su coloro che dominavano sopra di lui; mostrò che i suoi accusatori erano bugiardi e gli diede una gloria eterna» (10,13-14). La straordinaria avventura di questo pastorello che amava i sogni e li sapeva decifrare, odiato dai fratelli e asceso fino alla carica di gran vizir d’Egitto, è stata rielaborata nell’imponente Giuseppe e i suoi fratelli che lo scrittore tedesco Thomas Mann compose tra il 1933 e il 1943, un’opera fluviale che coinvolge storia e teologia, politica ed etica, natura e spirito.

Non possiamo riassumere la trama dell’affascinante racconto biblico. Ci fermeremo solo su tre snodi del testo. Il primo è lo scontro, non raro, tra fratelli (si pensi a Caino e Abele): i figli di Giacobbe odiano talmente il loro fratello da pensare, prima, alla sua eliminazione fisica per ripiegare, poi, sulla sua vendita come schiavo. A questo aggiungono, però, una ulteriore crudeltà: intingendo la veste del ragazzo nel sangue di una bestia, fanno credere al padre Giacobbe che suo figlio sia stato vittima di una belva della steppa. Effettivamente era stato l’odio fraterno a sbranare il giovane ed essi si erano comportati da bestie feroci.

La seconda scena è quella che esalta la moralità di Giuseppe, il quale era «bello di forme e avvenente di aspetto». Era, così, divenuto oggetto delle voglie della moglie di Potifar, un alto funzionario egiziano presso cui lavorava come domestico. Si legga la narrazione dell’assalto sessuale da parte di quella donna e della resistenza severa di Giuseppe nel capitolo 39 della Genesi (vv. 7-20). Si fa strada, così, non solo la fisionomia etica del giovane ma anche la paradossale via con la quale il Signore lo salverà e lo glorificherà, facendolo passare attraverso le prove più aspre.

È ciò che lo stesso Giuseppe espliciterà quando nella scena finale, giunto al vertice del potere in Egitto, di fronte ai suoi fratelli umiliati dalla necessità e incapaci di riconoscerlo, si svelerà e non punterà l’indice contro di loro. Anzi, le sue parole non sono solo di perdono ma diventano una lezione di teologia sulla provvidenza divina che guida la storia: «Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nella terra e per farvi vivere per una grande liberazione. Quindi non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (45,7-8).

Infine, ecco il terzo elemento che raccorda Giuseppe al fratello Beniamino. Giuseppe lo vuole con sé in Egitto (42,15-20); i fratelli che ancora ignorano la vera identità di quel viceré egiziano sono pronti a offrire sé stessi in cambio e questo diventa il segno della loro conversione, essi che prima non avevano esitato a vendere il fratello (45,18- 34). Una storia esemplare, quindi, dove il male e il bene s’intrecciano e alla fine brilla l’amore. Come commentava sant’Ambrogio: «Che amore fraterno, che dolce paternità in Giuseppe: scusare anche il delitto di fratricidio dicendolo strumento della divina provvidenza e non dell’umana empietà!».


20.04.2017



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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