Martedì 29 agosto la liturgia commemora la decapitazione di Giovanni Battista, colui che «venne come testimone per dare testimonianza alla luce» (Giovanni 1,7). Una giovane donna è complice di quel crimine, ordito da sua madre e messo in esecuzione dal re Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, sotto la cui giurisdizione era la regione originaria di Gesù, la Galilea. Secondo lo storico giudaico Giuseppe Flavio, la fine tragica del Battista si è consumata nella fortezza di Macheronte (dal greco máchaira, “pugnale, spada”), situata su un’altura di 700 metri che incombe sulla riva orientale del Mar Morto (Antichità Giudaiche XVIII, 5). Il martirio del Precursore di Cristo, descritto in modo vivido soprattutto da Marco (6,17-29), vede la presenza decisiva delle due donne.
La prima è Erodiade, nipote di Erode il Grande, andata sposa a un suo zio, Filippo, che però aveva lasciato, dopo aver avuto da lui una figlia, Salomè. Si era così legata a un altro zio, quell’Erode Antipa che era fratellastro del primo marito Filippo. Antipa aveva rispetto nei confronti del Battista, verso il quale nutriva odio e venerazione insieme. Da un lato lo detestava perché senza esitazione gli gridava: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello Filippo!» (6,18). Dall’altro lato, egli «temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (6,20).
La sua convivente Erodiade non si rassegnava a sentire quella voce fastidiosa che le ricordava il suo adulterio. L’occasione fu un banchetto ufficiale durante il quale aveva riscosso un grande successo come danzatrice la sua giovane figlia, Salomè (nome dal signicato paradossale in questo caso: “ricca di pace”). Di fronte al giuramento del re di concederle in premio quanto lei desiderasse, foss’anche la metà del suo regno di Galilea e Perea, la ragazza, istigata dalla madre, pronunziò la fatidica richiesta: «La testa di Giovanni Battista» (6,24-25). Ma quella testa che, quand’era sul collo di Giovanni, risuonava come un monito, quando fu sul vassoio si trasformò in un grido ancor più forte.
Il martirio del Battista è, così, entrato nella storia dell’arte con una straordinaria incidenza, divenendo il simbolo delle vittime del potere ingiusto, ma anche con qualche deviazione dal significato originario. Alcuni artisti, infatti, hanno fantasticato su un’oscura attrazione di Erodiade per il severo e ascetico predicatore. Pensiamo al dramma Salomè (1893) dello scrittore inglese Oscar Wilde, messo in musica da Richard Strauss nel 1901 e illustrato dai disegni di Aubrey Beardsley.
Gli scavi condotti tra il 1968 e il 1982 da alcuni francescani archeologi hanno messo in luce quanto rimane della reggia-fortezza di Macheronte. È stato identificato il triclinio di 25 x 9,50 metri, diviso in due sale da un arco a pilastri. La prima sala, rettangolare, poteva essere destinata ai maschi e quella quadrata, più piccola, alle donne. Si spiegherebbe, così, un dato del racconto di Marco: «Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò... Ella uscì e disse alla madre: Che cosa devo chiedere?... E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta...».
In quello spazio si consumava la fine drammatica di colui del quale Cristo aveva detto: «Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista» (Matteo 11,11). E quella vicenda infame vide purtroppo come complice indifferente una giovane, attratta solo dal luccichio della festa e dal divertimento. Una triste antesignana di tanti vergognosi avvenimenti che si consumano anche ai nostri giorni.
24.08.2017
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana