‘ANAWÎM: poveri, umili

Il termine indica “chi è curvo” sotto l’oppressione o la miseria, ma soprattutto nell’umiltà dell’adorazione verso Dio. In questo senso si riferisce ai giusti fedeli, come la Vergine Maria

Nel giorno dell’Assunzione di Maria al cielo, se una persona dovesse varcare la soglia di una cattedrale o anche di una modesta chiesa di montagna o di mare, nella lettura del Vangelo sentirebbe proclamare il cantico della Madre del Signore, il celebre Magnificat (Luca 1,46-55). È un inno di 102 parole greche, la maggior parte delle 154 messe in bocca a Maria nei Vangeli: nelle altre cinque volte in cui interviene si tratta di frasi brevissime (Luca 1,34.38; 2,48; Giovanni 2,3.5). Per definire l’anima di questa pagina, che è stata la base di un numero immenso di partiture musicali, gli studiosi rimandano alla spiritualità degli ‘anawîm, i «poveri, umili» citati 21 volte nell’Antico Testamento, sempre al plurale (eccetto un solo caso). Letteralmente il termine ebraico indica «chi è curvo», non solo sotto l’oppressione dei prepotenti o sotto il peso della povertà, ma soprattutto nell’umiltà dell’adorazione nei confronti di Dio, vincendo così ogni tentazione della superbia, dell’orgoglio e dell’autosufficienza. Costoro, poveri sociali ma anche giusti fedeli, sono i prediletti del Signore e tra di essi si colloca anche Maria che confessa «l’umiltà della serva» e che nel suo cantico, attraverso un settenario di verbi, celebra le paradossali scelte di Dio che privilegia gli ultimi, gli ‘anawîm appunto, rispetto ai ricchi: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato vuoti i ricchi, ha soccorso Israele suo servo». Gli ‘anawîm diventano, così, l’emblema del vero fedele che non si appoggia alla forza, al potere, alla ricchezza, ma confida nella virtù e in Dio, distaccandosi dalla fiducia in sé e nelle realtà terrene. Sono i «poveri in spirito» delle Beatitudini di Gesù (Matteo 5,3). Un termine analogo, basato sulla stessa radice verbale, è ‘anî che ricorre 75 volte e che ha lo stesso valore. Non si deve, però, ignorare che l’ebraico biblico conosce vari vocaboli che denotano la miseria sociale e le vittime dell’ingiustizia nella cui difesa si leva la voce forte e chiara dei profeti: si legga, al riguardo, il libro del profeta Amos (VIII sec. a.C.). Mosè è caratterizzato proprio dal lineamento della povertà spirituale: «Era un uomo molto umile (‘anaw), più di qualunque altro sulla faccia della terra» (Numeri 12,3). I Salmisti spesso mettono in azione il Signore a protezione dei poveri dei quali è quasi l’avvocato difensore: «Guida i poveri (‘anawîm) secondo giustizia, insegna ai poveri (‘anawîm) la sua via… Dio si alza per giudicare, per salvare tutti i poveri (‘anawîm) della terra» (Salmi 25,9; 76,10). In sintesi, gli ‘anawîm s’identificano coi giusti e i fedeli, costituiscono il vero popolo di Dio, quel «resto» fiducioso cantato dai profeti come la presenza costante, anche in mezzo alle turbolenze della storia, di coloro che tengono alto il vessillo della fede. Sono loro, alla fine, il seme fecondo della salvezza nel terreno delle vicende umane e san Paolo li vede incarnati nella figura di Cristo: «da ricco che era, egli si è fatto povero per noi, perché divenissimo ricchi per mezzo della sua povertà» (2Corinzi 8,9).


12.08.2021



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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