Genealogia di Gesù, figlio di Davide

Sono soltanto 180 versetti, eppure i Vangeli dell’infanzia di Gesù che occupano i primi due capitoli di Matteo e Luca hanno generato uno sterminato flusso di arte, letteratura, musica e naturalmente di esegesi e teologia. Noi, però, ci fermeremo – alle soglie del Natale – sulla pagina più arida e lo facciamo, come sempre, sulla base di una domanda che ci è stata rivolta tempo fa: «La genealogia che occupa i primi 17 versetti del Vangelo di Matteo è stata cucita con vari nomi biblici dalla Chiesa delle origini per dimostrare che Gesù discendeva dal re Davide?».

In verità, la sequenza dei 41 nomi citati parte da Abramo e approda a «Gesù chiamato Cristo », seguendo il modello tradizionale «A generò B» e ordinando la serie in un trittico storico: da Abramo a Davide, da Davide all’esilio babilonese (VI sec. a.C.), da Babilonia a Giuseppe, «sposo di Maria». L’elemento significativo, è che le tre tappe comprendono ciascuna 14 anelli, un noto numero simbolico di perfezione, il sette ripetuto due volte. Forse, però, c’è qualcosa di più sottile. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che con quella cifra, secondo il valore numerico delle lettere ebraiche di base, si alludesse – quasi in un crittogramma – al nome «Davide», le cui consonanti ebraiche d-w-d sommano 4+6+4=14. Ecco perché Matteo appone questo titolo: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo», affermando così innanzitutto la «davidicità », cioè la messianicità di Gesù, oltre alla sua «ebraicità» attraverso il rimando ad Abramo.

A questo punto è chiaro che intenzione dell’evangelista non era quella di elaborare una lista d’archivio degli antenati di Gesù secondo i nostri modelli di ricerca, bensì di delineare il senso della figura di Cristo all’interno della storia della salvezza, evocata attraverso le sue tappe e i personaggi principali. In alcuni anelli egli attinge alla Bibbia, in altri a figure successive all’esilio babilonese presenti in testi a noi poco noti o ignoti.

Curiosa e variamente interpretata interpretata è l’introduzione di alcune donne un po’ particolari, come la straniera Rut o altre due più problematiche come Tamar (la cui storia col patriarca Giuda è da leggersi in Genesi 38) e Betsabea, la moglie dell’ufficiale di Davide di nome Uria, impalmata dal re dopo una vicenda scabrosa e delittuosa e divenuta poi madre di Salomone (2Samuele 12).

Alcuni hanno pensato alla scelta di voler mostrare che nella genealogia di Gesù c’era la realtà umana anche misera o almeno strana. Oppure si è comparata l’eccezionalità di queste madri bibliche per ribadire – sia pure per contrasto – la straordinarietà della maternità verginale di Maria.

A margine accenniamo alla genealogia ascendente di Luca (3,23-38) che da Gesù sale non più fino ad Abramo ma ad Adamo, attraverso la formula «A figlio di B» comprendendo 77 nomi. L’evangelista, che introduce, però, questa genealogia all’inizio del ministero pubblico di Gesù e non alla sua nascita come Matteo, intendeva esaltare in questo modo l’universalità di Cristo, discendente dal padre dell’umanità.


19.12.2024



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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