Godi, fanciullo mio, la tua giovinezza

«Garzoncello scherzoso, / cotesta età fiorita / è come un giorno d’allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita. / Godi, fanciullo mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta...». Forse abbiamo imparato a memoria questi versi del Sabato del villaggio di Leopardi, quando frequentavamo le scuole. Sappiamo quanto sia velata di malinconia questa riŽessione del poeta di Recanati sulla giovinezza. In un altro suo canto celebre, Le ricordanze, confesserà: «E intanto vola / il caro tempo giovanil; più caro / che la fama e l’allor, più che la pura / luce del giorno, e lo spirar; ti perdo / senza un diletto, inutilmente, in questo /soggiorno disumano, intra gli affanni, / o dell’arida vita unico fiore».

Emozioni analoghe erano già nelle parole di un antico sapiente di Israele, caro a Leopardi, il Qohelet-Ecclesiaste, a cui lasciamo subito la parola: «Godi, ragazzo, la tua giovinezza! Sia felice il tuo cuore nei giorni giovani! Segui i desideri del tuo cuore e lo stupore dei tuoi occhi! Sappi, però, che su tutto Dio ti convocherà in giudizio. Caccia dal cuore la malinconia, metti in fuga dal corpo i dolori, perché capelli neri e giovinezza sono un soffio. Ricordati del tuo Creatore nei tuoi giovani anni prima che vengano gli orribili giorni e sopraggiungano gli anni di cui dirai: Mi fanno nausea!» (11,9-12,1).

Certo, questo anziano guarda con amara nostalgia la primavera della vita, il suo è un appello a godere questa «età fiorita», per usare l’espressione di Leopardi, una festa che coinvolge cuore e sensi. Tuttavia Qohelet segnala tre presenze che sono sempre incombenti. C’è innanzitutto il giudizio di un Dio morale che vaglia il bene e il male compiuto dalla sua creatura. È da notare, però, che alcuni esegeti assegnano a questa presenza un volto benevolo: Dio desidera che il giovane non rinunci alla bellezza e alla gioia della sua età, escludendo un cupo rigorismo. C’è un bel detto della tradizione giudaica che nel Talmud afferma che il Signore ci chiamerà a rendere conto anche dei piaceri giusti che non abbiamo goduto.

Una seconda notazione è, invece, chiaramente amara: il vigore fisico («i capelli neri») e la freschezza mentale sono fragili, volano presto via come un «soffio». Risuona qui il vocabolo caro a Qohelet, hebel/havel, che lo usa ben 38 volte come sua sigla fin dall’inizio e che può essere reso come “vuoto”, “soffio” evanescente simile al vapore e al fumo: «Un immenso vuoto – dice Qohelet – un immenso vuoto, tutto è vuoto» (1,2). È il celebre vanitas vanitatum della tradizionale versione latina. Netta è, dunque, la consapevolezza del fluire inarrestabile della giovinezza, un po’ come canterà, secoli dopo, Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza».

Infine, Qohelet fa avanzare lo spettro della vecchiaia che il Creatore prepara per il giovane. Terribile è la descrizione della nausea della vita che si impossessa del vecchio che non sa cosa fare delle giornate che gli restano a disposizione, così come dura sarà la successiva descrizione del corpo dell’anziano simile a un castello in sfacelo (12,1-8). Certo, bisogna godere la giovinezza che è come un giorno pieno di sole, ma non bisogna dimenticare che il tramonto e la notte sono sempre in agguato. È per questo che un altro sapiente biblico, il Siracide, ammoniva il suo discepolo così: «In tutte le tue opere ricordati della fine e non cadrai mai nel peccato» (7,36).


16.03.2017



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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