La veste del cristiano

Mansuetudine, umiltà e carità, affresco di Giambattista Tiepolo (1696-1770). Venezia, Scuola Grande dei Carmini. Mansuetudine, umiltà e carità, affresco di Giambattista Tiepolo (1696-1770). Venezia, Scuola Grande dei Carmini.  Nel Lezionario biblico del Matrimonio troviamo il passo di Colossesi 3,2-17. Ai cristiani di Colossi, città dell’interno dell’Asia Minore (l’attuale Turchia), Paolo indirizza una «lettera pastorale» che si sviluppa lungo due grandi momenti: una solenne celebrazione del Cristo, il ritratto della nuova comunità cristiana. È al secondo movimento che appartiene questo bel brano che ha al centro e al vertice l’agápe, cioè la carità, l’amore cristiano.

Il simbolo dominante è la veste: le virtù sono le pieghe e i colori del vestito, la carità è quasi la cintura («il vincolo») che unisce armonicamente tutte le parti dell’abito. Le cinque virtù: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, convergono verso l’amore, «la via migliore di tutte» (1Corinzi 12,31). Essa ha la sua radice in Dio che per primo ci ama («santi e amati») e ci perdona. «Hai percosso il mio cuore con la tua parola e io ti ho amato, – scrive sant’Agostino nelle Confessioni – tu mi hai chiamato, hai gridato, hai vinto la mia sordità, tu sei balenato, sei brillato, hai dissipato la mia cecità. Hai sparso il tuo profumo e io l’ho respirato e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te».

Paolo propone ai credenti tre esortazioni a concretizzare l’amore. Il primo appello ha per tema il supremo dono messianico, che l’Antico Testamento chiama shalom, “pace” nel senso pieno di gioia, perfezione, benessere, armonia: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori». Nella Lettera agli Efesini Paolo definiva Cristo «nostra pace, colui che dei due aveva fatto un popolo solo» (2,14). La pace di Cristo permea l’intera umanità, passa attraverso le distinzioni razziali liquidandole, penetra nella società sciogliendo le distinzioni di classe e di censo, anima anche la vita di coppia cancellando egoismi e crisi, si insedia infine nel cuore dell’uomo dandogli pienezza e serenità. Ai Galati Paolo già scriveva: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,28).

Il secondo monito invita a far diventare la parola del Cristo parola del cristiano: «La parola di Cristo dimori tra voi... ammaestratevi, ammonitevi... cantando». Ascoltare e far abitare («dimorare ») l’evangelo nella comunità ecclesiale e familiare genera i suoi frutti: diventa principio di vita e di sapienza, guida come lampada i passi dell’esistenza, si fa sorgente di canto e di gioia, si trasforma in meditazione e preghiera. Una famiglia che fa «dimorare» al suo interno la parola di Dio ha sempre una freschezza e una vitalità sorprendenti. Il terzo appello riguarda «tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore».

L’intera esistenza cristiana, personale e familiare, dev’essere sotto il segno di Cristo e tutto ciò che in essa accade ed è compiuto deve partecipare del grande disegno di Dio. Anche l’amore umano e gli impegni concreti. Don Lorenzo Milani, nel testamento ai ragazzi di Barbiana scriveva: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto».


16.04.2015



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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