Marta, una casalinga troppo criticata
Il personaggio femminile di questa settimana è obbligato. Il 29 luglio, infatti, la liturgia ci propone la tanto maltrattata Marta, tratteggiata da Luca accanto alla sorella (tanto esaltata) Maria (10,38-42). In aramaico quel nome significa “signora, padrona”; quasi certamente è la sorella maggiore non solo perché si comporta da “padrona di casa”, gestendo le funzioni dell’ospitalità, ma anche perché l’evangelista fa notare che la casa è sua: «Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa». La scena di Gesù ospite in quella residenza è stata amata dall’arte: pensiamo a Velázquez e a una sua tela del 1618 ora a Londra, a Vermeer (1653, a Edimburgo), a Overbeck (1815, a Berlino).
Lo scrittore francese Paul Claudel nel dramma Lo scambio (1894) chiamerà proprio Marta la protagonista, una donna tutta dedita alla famiglia e agli impegni quotidiani. La scrittrice inglese contemporanea Antonia Byatt la recupera, invece, come figura esemplare nel racconto di Cristo ospite nella sua casa. Marta, nella lettura popolare, è stata sostanzialmente criticata per il suo impegno concreto, opposto a quello più spirituale e “intellettuale” della sorella minore Maria. L’interpretazione tradizionale, infatti, vedeva nel brano di Luca il contrasto tra la vita contemplativa, esaltata e privilegiata, incarnata da Maria, e quella attiva, rappresentata da Marta, con la prevalenza della prima a discapito della seconda (ma Gesù non era forse anche lui un “attivo”?).
In realtà, la scena ha un altro significato che ha il suo cuore nella frase che Gesù rivolge a questa donna, frase che ha qualche increspatura nella trasmissione che i vari codici antichi hanno compiuto del testo evangelico. Noi la proponiamo nella forma più coerente e attendibile: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno: Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (10,41-42). Maria era prima raffigurata dall’evangelista in ascolto della parola di Cristo. Essa era, quindi, il ritratto del vero discepolo che, in qualsiasi contesto, tiene sempre fissa la realtà necessaria e fondamentale del legame con Dio.
Il limite di Marta, allora, non è nel fatto che era una lavoratrice, ma – come osserva Gesù – perché era tutta assorbita dalle troppe cose, era tutta presa dall’esteriorità. Non è, dunque, il lavoro in sé che allontana da Dio e dallo spirito, ma l’alienazione in esso, l’esserne totalmente catturati, senza tenere più aperto un canale di comunicazione con Dio, con il mistero, con lo Spirito. Questo può accadere non solo a chi lavora materialmente, ma anche a chi è forse in un monastero, eppure la sua mente è travolta e coinvolta in mille pensieri e distrazioni. Anche Marta, pur continuando a essere la buona padrona di casa, attenta e servizievole nei confronti del suo ospite, potrebbe “ascoltare la Parola” interiore. Non per nulla sarà lei, in occasione della morte del fratello Lazzaro, a pronunziare una splendida professione di fede: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (Giovanni 11,27).
25.07.2019
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana