Prometeo, Icaro, Capaneo

Questa volta, trattando ancora il vizio capitale della superbia, rispolvereremo qualche ricordo scolastico. Iniziamo con la figura mitica di Prometeo, figlio di un Titano: egli vuole sfidare Zeus rapinandogli il fuoco che alimentava il carro solare divino. È un gesto che i Greci definiranno come hybris, cioè un atto di tracotanza estrema e di empietà, destinato ad essere punito. Prometeo, infatti, verrà incatenato da Zeus su una rupe e un’aquila gli squarcerà il ventre divorandogli il fegato che, però, si riprodurrà in un supplizio eterno (celebre è la tragedia Prometeo incatenato del poeta Eschilo del V sec. a.C.).

Proseguiamo con un altro mito, quello di Icaro, rinchiuso da re Minosse in un labirinto: suo padre Dedalo gli appronta ali di penne come gli uccelli, fissandole con cera alle spalle. Inizia, così, il folle volo verso la libertà, ma Icaro, non obbedendo al consiglio del padre di non sfidare l’altezza, pieno di orgoglio, sale sempre più in alto, fino a rasentare l’area della corona solare, il cui calore fa sciogliere la cera dell’attacco delle ali alle spalle, e il giovane, privo di quel sostegno nel volo, precipita in mare. La sua vicenda è diventata una parabola dell’hybris che può sottilmente attrarre talora, ai nostri giorni, la scienza e la tecnica nella loro sfida senza limiti alla natura (il pensiero corre, ad esempio, alla grandezza ma anche ai rischi della cosiddetta «intelligenza artificiale» o dell’energia atomica).

Un altro modello mitologico di superbia punita è stato ripreso da Dante che ha collocato questo personaggio nel terzo girone del settimo cerchio infernale (Inferno XIV, 43-72). Si tratta di Capaneo, uno dei sette principi che guerreggiarono contro Tebe, uomo violento, di statura gigantesca. Egli disprezzava gli dèi e, nonostante il divieto di Zeus, aveva scalato le mura di Tebe per incendiare la città. Lassù, però, il dio lo aveva fulminato. Secondo Dante, però, egli continuerà a manifestare il suo orgoglio impenitente anche negli inferi. Là è punito con una pioggia di fuoco e costretto ad avanzare su un sabbione rovente: eppure egli non cessa di lanciare parole altere e rabbiose.

Abbiamo voluto introdurre questa divagazione “pagana” nell’ultima puntata delle varie che abbiamo dedicato al primo dei vizi capitali nelle scorse settimane. È la prima e grande tentazione che la Bibbia ci ha presentato in diverse forme e che ha il suo apice appunto nella contesa con Dio. Israele, giunto nella terra promessa, dimenticando che essa è un dono divino, esclamava: «La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno procurato queste ricchezze… La nostra mano ha vinto, non è il Signore che ha operato tutto questo!» (Deuteronomio 8,17; 32,27). Un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide, echeggiato anche da Maria nel suo Magnificat, ammoniva: «Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia…, perché principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore. Ma Dio ha abbattuto il trono dei potenti e al loro posto ha fatto sedere gli umili» (10,7.13-14).

Facciamo calare il sipario sul superbo, convinto di essere al centro della scena; riconosciamo che l’orgoglio prepotente è un veleno morale che lascia qualche stilla in tutti e che, perciò, non solo ai grandi della terra, ma anche per ciascuno di noi risuona il monito di Gesù: «Chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato», perché nel regno di Dio «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi» (Matteo 23,12; 20,16).


23.02.2023



Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana

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