Sette giovani martiri segno di speranza
«Non si diventa vecchi perché ci è piovuto addosso un certo numero di anni: si diventa vecchi perché si sono abbandonati i propri ideali. Giovane è colui che è capace di stupore e di meraviglia. Voi siete giovani quanto lo è la vostra fede. Vecchi come lo è il vostro dubbio. Giovani come la vostra speranza. Vecchi quanto il vostro abbattimento». Questo appello è di solito attribuito a una figura di spicco della Seconda guerra mondiale, il generale americano Douglas MacArthur. In realtà egli citava uno scritto di Samuel Ullman, un ebreo tedesco emigrato negli Usa e là morto nel 1924.
Spogliandole dall’eventuale retorica marziale, queste parole ben s’adattano a una vera e propria fila di giovani vittime ebree durante una delle tante persecuzioni antisemite. In questo caso siamo nel II sec. a.C. e il potere siro- ellenistico, incarnato dal re Antioco IV, un discendente dei generali di Alessandro Magno che si spartirono l’impero da lui conquistato, aveva imposto a Israele fede, cultura, usi e costumi di netta impostazione pagana. A questa imposizione e alla relativa repressione aveva reagito una famiglia, quella di Giuda Maccabeo, la cui figura e opera dominano il Secondo Libro dei Maccabei, un testo biblico, sintesi di uno scritto più ampio attribuito a un certo Giasone di Cirene e andato perduto.
Ma ritorniamo al nostro episodio, avvenuto appunto durante la repressione ordinata da Antioco IV: esso vede in azione una madre anonima con i suoi sette giovani figli. Il racconto è emozionante e patetico e dev’essere letto nel capitolo 7 di quel libro biblico. Quella donna, con coraggio sovrumano, spinge i sette ragazzi a non esitare nell’affrontare la morte, nella consapevolezza che essa non sarà un abisso di nulla e di dissoluzione ma una soglia aperta per entrare in una nuova vita. È così che il secondo dei figli, prima di esalare l’ultimo respiro, grida al carnefice: «Tu, scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (7, 9).
La stessa fierezza e fiducia, stimolate dalla madre, sono testimoniate dal quarto dei figli che, puntando l’indice contro il boia, esclama: «È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita» (7,14). Da queste parole appare evidente che il giudaismo del periodo ellenistico credeva fermamente nella risurrezione come destino ultimo della creatura umana e nel giudizio divino sul bene e sul male. Similmente si era convinti che l’essere intero deriva dal Creatore che «l’ha fatto non da cose preesistenti» (7,28). È la dottrina della “creazione dal nulla”, che è alla base della fiducia nella risurrezione, opera dello stesso Creatore.
La strage prosegue implacabile, come purtroppo ancora accade ai nostri giorni in alcuni Paesi con tante vittime cristiane, incrollabili nel conservare la loro fede. Il crescendo del sadismo di Antioco IV ha il suo apice nel più piccolo dei ragazzi, il settimo e ultimo martire, che reagisce annunciando «il giudizio di Dio e il giusto castigo per la superbia» del carnefice (7,36). Allora, «il re, divenuto furibondo, si sfogò su di lui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno» (7,39). Fede e speranza reggono questi giovani che diventano un segno glorioso di testimonianza dei loro ideali e delle loro scelte di vita. Il racconto ha un suggello lapidario nella sua amara sobrietà: «Ultima dopo i suoi figli, anche la madre incontrò la morte» (7,41).
19.01.2017
Testo a cura del cardinale arcivescovo e biblista Gianfranco Ravasi. Integralmente riprodotto per la discussione e la riflessione. Fonte: Famiglia Cristiana